Il magico incantesimo delle parole sulle sue labbra e così anche l'assurdamente fantastico ha sembianza di un corpo e una dimora reale.

La dolcezza ipnotica della sua voce che sa raccontare con le pause e i silenzi, e gestire con maestria l'irruenza carnalissima delle immagini.

Sedurre, raccontando delle tumultuose e mutevoli umane passioni, di quando i desideri hanno seni di donna, occhi di tempesta e mani febbrili.

Stravolgere i teoremi, ingarbugliare le geometrie, contestare l' indubitale in una mirabolante apoteosi narrativa, pronta ad accettare la sfida di riuscire a catturare una stella fiammeggiante contro tutte quelle logiche che la stabiliscono inafferrabile, imprendibile.

Questa è la sua missione.

(L'affabulatrice - Amaranta)

mercoledì 9 maggio 2018

Una storia d'altri tempi


Jérôme Bissailon e Martin Deuxième
 Jérôme Bissailon e Martin Deuxième, erano al''epoca in cui accadono i fatti, entrambi giovani e belli, valenti spadaccini. Eroi di una storia d'altri tempi, seppur il loro sodalizio e le loro scorribande banditesche non erano mirate al perseguimento di alcun ideale, se non a quello della loro stessa deificazione.
Archetipi. Icone.
Rock star, in largo anticipo sui tempi.

 Jérôme era egocentrico, esibizionista, spregiudicato, quanto invece Martin era schivo, suscettibile e rancoroso. Caratterialmente antitetici, pur si somigliavano nel fisico, tanto da sembrar fratelli. Ma mentre l'intima essenza di Jerome rifulgeva verso l'esterno con la luminosità incandescente di una supernova, quella di Martin, buia ed indecifrabile, confluiva verso il suo interno, nel magnetismo ermetico di un buco nero.

Accomunati dalla stessa sorte che alternava favolose fortune a incredibili rovesci, condividevano il medesimo destino di esiliati e la vita nomade dei banditi, costretti dalla loro stessa leggenda a non sostare mai a lungo nella stessa città. Nella stessa regione.
Una leggenda truffaldina, però, che pure i due agendo di concerto e dividendosi in egual misura rischi e pericoli, la narrazione sbilanciava, per incomprensibili motivi, tutta a favore di Jerome, relegando Martin al ruolo di gregario. Oscuro il motivo di questo inspiegabile, irriguardoso atteggiamento della fama nei confronti di Martin, dove spiccava evidente la partigianeria dell'opinione pubblica nei confronti del suo complice. Scavando così nel suo animo, già predisposto al risentimento, un'ostile trincea. Un barricamento che col passare del tempo, e l'accumulo delle amarezze, sarebbe diventato un bastione inespugnabile.

"Jérôme le magnifique rebelle"
Il romantico appellativo riservato all'amico, mentre a lui toccava l'indegna perifrasi del suo cognome "Martin le second".
Un nomignolo coniato per gioco da Jerome. Diventato poi il suo nome identificativo.
Martin odiava quell'appellativo con la stessa intensità con cui aborriva il suo cognome.

Quel loro brigantesco sodalizio s'era consolidato nella complicità piuttosto che nell'amicizia.
Condividevano avventure, rischi e rappresaglie, ma in modo autonomo, rimanendo indipendenti nel territorio comune. L'intesa perfetta che li accomunava nell'elaborazione di piani e strategie non s'era concretizzata allo stesso modo nel loro privato. Anche se Jerome qualche tentativo di travalicare i confini lo aveva pur fatto, ma senza trovare sponda nell'altro. E così aveva desistito per evitare inopportune forzature e rischi di rottura. Consapevole del valore del suo alleato, nutriva per lui un sentimento sincero d'ammirazione che spontaneamente sarebbe culminato nell'affetto, se l'altro glielo avesse consentito. Ma così non era stato. Poi, col tempo, quel trauma affettivo s'era calcificato.

Era capitato loro d'innamorarsi della stessa donna, una zingara dagli occhi di gatta e i fianchi di gazzella. E il cuore di tenebra. Aida, questo il nome dell'ammaliatrice gitana, un'eminenza nel campo degli incantesimi drastici, con cui scippava alle sue vittime l'anima e la ragione, assoggettandoli al suo volere. Ma con Martin questo incantesimo però non aveva funzionato nella sua pienezza, rendendolo solo  stordito ed insicuro, ma non alienato. S'era spontaneamente innamorato di lei prima che questa mettesse in atto le sue malie, e questo lo aveva reso immune agli ipnotismi e alle strategie subliminali di cui Aida si serviva per raggiungere i suoi scopi. S'era innamorato di lei e della sua anima buia così simile alla sua, che la zingara teneva sotto chiave, inaccessibile come un segreto proibito. Ma lui quel mistero lo aveva scoperto. E follemente se ne era invaghito. Così l'avrebbe amata per come lei era, accettandola nell'interezza della sua natura.Volontariamente assoggettandosene. Ma Aida di questo suo intento ne aveva grandemente riso, e subito dopo, per rappresaglia a quei sentimenti da lui esternati, aveva intrapreso l'opera di seduzione di Jerome che, estremamente sensibile al fascino femminile s'era lasciato irretire, senza troppi scrupoli, dalla donna che ancora abitava il letto del suo amico.
Quello stesso letto dove Martin li aveva sorpresi.

- Martin le second -
Così lo aveva apostrofato Aida. E Jerome ne aveva riso.
Martin, allora, era fuggito via.

Nella stessa direzione
I due ex amici s'erano incontrati per caso dopo molti anni, entrambi ancora alla macchia, clandestini e senza fissa dimora. S'erano limitati ad uno sguardo e senza scambiarsi neppure una stretta di mano, avevano allineato le reciproche cavalcature e proseguito nella stessa direzione.

Jerome Bissailon era imbolsito e ingrigito, e del suo antico splendore non rimaneva altro se non la risata contagiosa in una bocca carente di denti, e lo sguardo malandrino degli occhi occhi grandi, un tempo limpidi ma ora acquosi, bovini.
La sua faccia aveva perso l'originale, delicata cesellatura dei tratti, risultando ora troppo piena di naso e di guance. Una faccia grande e  gommosa, simile a quella di uno gnomo gigante e sproporzionata al corpo, rimpicciolito nell'altezza e con la pancia prominente del bevitore.

Una ispezione impietosa ed asettica, questa di Martin, attenta ai dettagli, ai particolari significativi delle rughe: la loro conformazione, profondità ed estensione, se posizionate agli angoli della bocca, incise nel varco tra le sopracciglia, o massicciamente addensate sotto gli occhi. Le rughe sul viso di Jerome erano la mappa delle iperboli e dei suoi declini esistenziali.
Delle sue verità e delle sue menzogne.

 "Jérôme, le magnifique rebelle" giaceva ormai dimenticato, seppellito nell'ammasso informe del Jerome Bissailon  del presente.

Martin Deuxième, invece, aveva tenacemente perseguito la sua vita di emarginato. Solitario e rissoso, attaccabrighe per futili motivi e castigatore per ancor meno. Aveva continuato a vivere barricato nella sua inaccessibile trincea, in perenne stato d'assedio e pronto a sparare a vista su chiunque avesse tentato di superare il suo confine.
Lui era rimasto lo stesso di un tempo.

La resa dei conti
- Smettila di fissarmi -
Aveva mugugnato Jerome, voltandosi bruscamente verso Martin
- Hai sempre avuto la mania di fissarmi. Lo facevi anche in passato. Credevi non me ne fossi mai accorto? Mi guardavi come se volessi entrarmi dentro. Come se volessi diventare me. E una volta forse c'era un senso a voler essere me. Ma guardarmi ora, sono diventato vecchio e grasso. Incredibilmente brutto. Chi vorrebbe ancora somigliarmi? Non certo tu che conservi una figura agile e tutti i tuoi denti! -
Jerome s'era dato una manata sulle ginocchia e poi era scoppiato in una fragorosa risata
- Ti confesso, però, che in passato anche io ho desiderato essere te, ti ammiravo nel tuo forsennato orgoglio. Se solo ne avessi posseduto una piccola parte di sicuro mi sarei salvato da me stesso. Ma io non ne ho mai avuto di orgoglio, un sentimento a me estraneo, mentre tu ci annegavi dentro come in un mare in burrasca. In cambio di quello ti avrei dato un pò della mia ironia, e avresti smesso l'ossessione del tuo cognome e poi quella del soprannome, che ti ponevano eternamente al secondo posto. A me subalterno. Un baratto che sarebbe stato per entrambi un ottimo affare. Perché mi odiavi così tanto? -
Aveva chiesto Jerome, con voce lamentosa.

- Hai ragione, a quel tempo ti odiavo. Esattamente come ora. Non mi riesce di smettere. All'inizio ti ammiravo. Abbagliato dallo splendore di  "Jérôme, le magnifique rebelle" e poi deluso dalla pochezza di  Jérôme Bissailon, ho iniziato ad odiarti. Le due immagini non erano combacianti. Ho dovuto fare una scelta, e così ho preso le distanze dall'uomo per non dover rinnegare il mito, che pure nel tempo si è rivelato altrettanto meschino, dopo che tu lo hai corrotto e declassato al tuo livello. Martin Deuxième, avrebbe benissimo potuto fare giustizia appena scoperto l'inganno, uccidere l'imbroglione, il corruttore, ma glielo ha impedito "Martin le second". Uccidere l'impostore avrebbe contribuito ad alimentarne la leggenda. Doveva essere la folla, ad assassinarlo, nel suo modo spiccio, sprezzante e definitivo, con la sua cancellazione dalla memoria collettiva. Questo avrebbe significato anche l'eliminazione di "Martin le second" ma non sarebbe stato infine un abominio così grande, dal momento che quello era solo la propaggine gregaria di "Jérôme, le magnifique rebelle". Un subalterno, però, indispensabile, perché quando me ne sono andato è iniziato il suo declino. E dopo la morte -
L'ultima frase, Jerome, l'aveva pronunciata in tono drastico, come un verdetto definitivo.
Era calato poi un breve silenzio, indispensabile a recuperare la lucidità necessaria per continuare quella loro conversazione. Più simile ad un duello di spade che di parole.
E come in un duello avrebbe vinto colui che sarebbe rimasto vivo.

- Non mi hai chiesto nulla di lei. Aida. Non t'interessa sapere? -
Non c'era stata risposta.
- Io non l'amavo di vero amore. E lei neppure. Il nostro è stato solo un gioco. Una combine. Mentre tu invece ne eri davvero innamorato. Per un breve momento devi aver smesso perfino di odiare. Riposandoti da te stesso. Consegnandoti a lei. Ma i peccatori come noi, Martin, necessitano dell'amore di donne innocenti nelle cui mani rimettere le nostre colpe. Aida era traviata. Esattamente come noi. Ti sei specchiato in lei e hai visto il tuo riflesso. E ne sei rimasto affascinato. Anche lei ha visto quel riflesso. Ma ne è rimasta sconvolta. E ha deciso di salvarti. Perché quello che tu non sai, Jerome, è che anche lei ti amava. Ma quell'amore avrebbe richiesto il sacrificio totale di uno di voi due, dal momento che tu miravi alla fama quanto lei, invece, a rimanere anonima. Uno dei due avrebbe dovuto vivere nell'ombra dell'altro. E lei non era donna da rinunce. Accecato dall'amore avresti accettato il sacrificio di modificarti. Di adeguarti alle sue esigenze. Diventando il suo secondo. E lei non voleva accadesse, perché ti amava profondamente. Sei stato così tanto amato, Martin, come io mai lo sono stato. Dovrei odiarti per questo. Ma non mi riesce. L'odio è un sentimento che non mi appartiene -
Aveva concluso Jerome, visibilmente commosso.

- La versione reale dei fatti è che tu l'hai convinta a lasciarmi perché io restassi con te, per continuare a dar risalto a "Jérôme, le magnifique rebelle". E al suo splendore. Avevi bisogno di me, il tuo secondo. Senza di me non avresti potuto più essere il primo. Sei tu che mi hai inchiodato a questo ruolo, con la tua maledetta ironia, i giochi di parole, i sottintesi, che mi hanno trasformato in"Martin le second" Tu non mi hai distrutto con l'odio, Jerome, ma con la facondia della tua ignobile ironia -

Jerome aveva allora sorriso. Un sorriso appena percettibile. L'antico sorriso di "Jérôme, le magnifique rebelle". Una provocazione insopportabile per Martin.
E la lama del suo pugnale per vendicarne l'affronto.

-  Quando ti ho rivisto sapevo di andare incontro al mio destino, e non me ne sono sottratto. Solo avrei voluto fosse stato il tuo amore, e non il tuo odio, a darmi la morte -
 Le ultime parole di Jerome. Il suo estremo tentativo di varcare i confini.
Ma ancora una volta senza trovare sponda.

mercoledì 14 marzo 2018

Incontri



 MORRIS E GERARDINE
(insonnia)

Nulla è di più devastante di una notte insonne, aveva decretato Morris a voce alta, seppure nella sua stanza d'albergo non ci fosse nessuno. Poi era uscito sul balcone a fumarsi una sigaretta consolatoria in attesa dell'arrivo del giorno, e più tardi, dell'arrivo del treno che lo avrebbe ricondotto a casa. Scacciò quel pensiero, che pure lo inquietava, cercando motivi di distrazione nel panorama che si mostrava ancora in chiaroscuro. Spense la sigaretta respingendo la tentazione di accenderne un'altra, e dopo essersi infilato il cappotto sul pigiama scese nella hall, con la prospettiva di un caffè, caso mai il bar fosse già aperto.
Ma il bar, come prevedibile, era ancora chiuso.
Cosa pagherei per un caffè! aveva esclamato a voce alta.
- C'è un piccolo bar in fondo alla strada, apre prestissimo, per i passeggeri e il personale ferroviario.
La voce della donna lo aveva colto di sorpresa, convinto com'era d'esser solo, e nella penombra che permeava la sala, non aveva fatto caso alla sua presenza.
- Ho la pessima abitudine di pensare a voce alta - Aveva risposto, ridendo, Morris
- Anch'io, nel sonno. E credo questo sia anche peggio - Aveva ribattuto, tra il serio e il faceto, la sconosciuta
- Ho voglia anche io di un caffè, possiamo andare insieme - Aveva proposto la donna
Questo approccio così diretto lo aveva un po destabilizzato: di solito era lui a fare la prima mossa
- Con piacere. Devo però tornare in camera e vestirmi, non vorrei dare scandalo uscendo in pigiama -
- E chi ci baderà? Troppo tardi per la notte e troppo presto per il giorno: il cappotto sul pigiama è l'abbigliamento giusto - Aveva replicato la sconosciuta uscendo dall'ombra.
- Io sono Gerardine, piacere di conoscerti -
- Morris - Aveva risposto lui, tendendole la mano, un po impacciato
- Allora andiamo? Devi però spingere tu, che la strada è dissestata e da sola rischierei di cappottarmi -
E così s'erano avviati, con Morris a spingere la sedia a rotelle su cui lei sedeva
- Non è distante, e il caffè è ottimo -
Le promesse di Gerardine s'erano rivelate tutte vere: per strada non avevano incontrato anima viva, il piccolo bar aperto e il caffè davvero squisito
- Buono, vero? I proprietari sono Italiani. Tutte le volte che torno qui una capatina è per me d'obbligo. Siamo diventati amici senza neppure mai esserci scambiati una confidenza. Roberto, il loro figlio, mi viene sempre premurosamente incontro facendomi spazio tra i tavolini. Di solito mi riserva questo stesso posto dove ora sediamo, il mio preferito, ma solo perché il più comodo da raggiungere. Questo mi fa sentire a casa, dove ognuno ha il suo posto, il suo spazio. Confortante, come essere in famiglia. Io sono "la giovane signora sulla sedia a rotelle" e loro "una gentile famiglia italiana". Tra noi c'è rispetto, cordialità e un affetto discreto: non occorre altro per un'amicizia -
- Non hai paura, sulla base di questi pochi indizi, di fidarti delle persone, o degli sconosciuti, come me? - E così dicendo Morris aveva mimato un'espressione truce che l'aveva fatta ridere
- Non rimane per troppo tempo sconosciuto chi pensa a voce alta - Aveva replicato lei, ancora ridendo
- A volte, invece, molto meglio sarebbe rimanere sconosciuti. O limitarsi ad un rapporto di superficie, senza esplorare il fondo. Perché da quel fondo può accadere di non riuscire più ad emergere - Aveva ribadito Morris, con amarezza
- Io ne sono emersa...nonostante l'ingombro di questa zavorra -
Il riferimento alla sedia a rotelle era chiaro
- Insegnami come si fa. Come si fa a morire e poi rinascere? - E subito dopo aveva detto: scusami.
- Non devi scusarti di nulla - E gli aveva sorriso
- Sei bellissima. E quando sorridi, addirittura splendi. Questo, di solito, al primo incontro con una donna, mi limito solo a pensarlo. - L'imbarazzo di Morris era sincero.
- Allora stavi pensando a voce alta - La voce di Gerardine era morbida, con tante sfumature dentro.
- Hai la risposta sempre pronta, tu! - Aveva esclamato lui
- Non potrebbe essere diversamente visto che sono un avvocato -
Allora Morris, ridendo, aveva alzato le mani in segno di resa.

- Tra due d'ore salirò su un treno, e quando sarò giunto a destinazione dovrò prendere una decisione davvero difficile - Le aveva confidato Morris al momento del commiato
- E non vorrei dover prendere nessun treno. E nessuna decisione -
 - Fumi? - le aveva chiesto poi offrendole una sigaretta
Erano rimasti a fumare sul marciapiede dell'albergo, in silenzio, per un lungo momento isolati nei propri pensieri.
- Ma dovrai farlo se non hai altra scelta - Gerardine aveva infine rotto quel silenzio
- Non prendere quel treno sarebbe l'alternativa - La voce di Morris era incerta, colma di stanchezza
- Se ci fosse stata quell'alternativa non avresti trascorso la notte insonne, smaniando all'alba per un caffè. Salirai su quel treno perché quella decisione così difficile l'hai già presa. Non sempre ci è dato di scegliere - Quest'ultima frase Gerardine l'aveva pronunciata in un sussurro, come parlando a se stessa
-  Si, prenderò quel treno e farò ciò che deve essere fatto, anche se questo non mi fa star meglio - Aveva concluso Morris con un sospiro
- Non starai meglio ma starai in pace. O forse neppure. Nessuna certezza -
- Nessuna certezza. Ma quella di poterti rivedere, quella si... mi piacerebbe averla -
- Non hai più paura di esplorare il fondo?- Aveva domandato lei guardandolo negli occhi
- Un rischio che voglio correre -  Morris, aveva ribadito, ricambiando il suo sguardo
Gerardine allora gli aveva porto un cartoncino col suo numero di cellulare
- Grazie - Aveva sussurrato Morris, e sfiorandole il viso con una carezza, aveva detto: a presto
Con quel bigliettino stretto tra le mani si sentiva pronto ad affrontare quel suo viaggio.
Pronto ad esplorare il fondo.


GIULIA E MOHAMMED
(razza lunare)

La cagnolina, dall'altro lato della strada, l'aveva intercettata e, incurante delle auto che sfrecciavano veloci, d'un balzo l'aveva raggiunta, miracolosamente incolume, per rimanere poi avvinghiata alle caviglie di Giulia
- Venus. Venus. Venus - La donna, andava ripetendo all'infinito questo nome, mentre la cagnetta si esibiva in una sorta di folle, entusiastica, bizzarra, danza d'amore.
- E' tua? - La voce dell'uomo l'aveva colta di sorpresa, non si era accorta nemmeno della sua presenza, e neppure dello spago annodato, a mò di guinzaglio, al collo di Venus.
- E' mia! - Aveva risposto Giulia sulla difensiva, guardando in faccia l'uomo, un arabo. O almeno quella le era sembrata l'etnia di appartenenza.
- Ti stava cercando.Sono giorni che ti cerchiamo - Il tono di lui era gentile, pacato, in ottimo italiano, mentre scioglieva dal collo dell'animale lo spago/guinzaglio, e Venus, con gratitudine, gli andava lappando la mano.
- Dove eri finita,Venus? Dove l'hai trovata? - Aveva chiesto poi all'uomo
- Di preciso non so, mi sono accorto, però, che mi seguiva alla distanza, ma era sempre sui miei passi. E allora l'ho presa con me. Che non fosse una randagia questo l'ho capito subito: ben nutrita e pulita, e si fidava delle persone. Si è fidata anche di me - E in questa sua ultima frase, Giulia, aveva colto una punta d'ironia.
- Io sono Mohammed - Le aveva porto, sorridendo, la mano
- Giulia - Aveva risposto lei, stringendo quella mano per dovere di cortesia.
- Allora, Venus, missione compiuta! - S'era chinato per una carezza a cui la cagnolina aveva risposto scodinzolando mesta, quasi avesse capito l'addio imminente.
- Cosa posso fare per sdebitarmi? - La voce di Giulia era incerta
- Tenerla d'occhio e non farla più fuggire. Ho anch'io un cane, Samir, il cui significato è "compagno di confidenze notturne" - Mohammed aveva pronunciato il nome del suo cane con tenerezza, e poi aveva proseguito - L'ho chiamato così perché di notte scrivo e lui mi fa compagnia. Gli parlo della trama dei miei racconti e lui mi ascolta, scodinzola se gli piace, altrimenti guaisce. Avrei voluto portarlo con me, ma poi l'ho lasciato a casa, a Rabat, li è al sicuro. Razza lunare, anche lui, come Venus. Sono i migliori - Aveva aggiunto col pollice alto
Giulia ora guardava in maniera diversa il suo interlocutore, d'improvviso, e suo malgrado, provando empatia per quello straniero che le confidava la nostalgia delle piccole cose segrete del suo mondo lontano. Un uomo gentile che le aveva restituito Venus e poi condiviso quel fotogramma intimo della sua vita a Rabat. Dentro di lei la diffidenza andava tramutando nel sentimento caldo della comprensione.
- Razza lunare? - Aveva chiesto con sincero interesse, perché trovava affascinanti le cose di cui Mohammed parlava.
- I bastardi, quelli senza pedigree, quelli che non sai da quale pianeta provengano: gli stranieri. Anch'io sono razza lunare. Tra simili, invece, ci riconosciamo e ci fidiamo, come ha fatto Venus - E la bastardina, al suo nome, aveva risposto con un guaito festoso.
- Tu non sembri appartenere alla "razza lunare". Insomma, sei diverso dalla maggior parte degli immigrati che vengono qui a cercar fortuna. Tu cosa stai cercando? -
- La verità. Solo quella, per raccontare l'epopea di questa "razza lunare" e per farlo devo condividerne la vita, le delusioni, le gioie, le sconfitte, i tradimenti e la nostalgia degli affetti-
Aveva sottolineato con enfasi Mohammed. Poi aveva aggiunto - Sbagli a vedermi diverso da loro. Io sono uno di loro. Lo testimonia la tua diffidenza iniziale. Non te ne sto incolpando, ma se fossi stato Italiano forse tu ne avresti avuta. Capita tutti i giorni, tutti i momenti. Non è facile doversi continuamente difendere dalla diffidenza. Il rischio di perdere la propria identità è forte, arriva un momento in cui non sai nemmeno più chi sei, non ti riconosci in come ti vedono gli altri, però neppure ti ritrovi in quello che eri e in quello che ora sei.Vivo nella paura di smarrire i miei ricordi, di non riuscire mai più a tornare a casa, a Rabat, dove c'è Samir, il mio cane, il mio compagno di confidenze notturne, e la mia famiglia, i miei amici, i miei libri, la mia vita. Ma non il mio futuro -
Parlavano seduti  su un muretto, mentre Venus ispezionava, intraprendente, il terreno a pochi passi da loro.

- Racconterai anche di Venus nel tuo libro? -
- Racconterò di lei e di te -
- Di me? Neppure mi conosci! -
- Non è vero, ti conosco molto più di quanto tu conosca te stessa -
- E cosa racconterai di me? -
- Del nostro incontro, dei tuoi occhi, e di questo muretto su cui sediamo -
- Cosa c'è da raccontare su questo muretto? - Aveva domandato Giulia ridendo
- Che è uno di quei muri che non divide ma unisce. Un muro onesto, solido, di cui potersi fidare. Su cui sedersi e conversare, come stiamo facendo ora noi. Avrebbe potuto essere una barriera e invece s'è rivelato punto d'appoggio. Non ha nascosto ma mostrato. Io sono grato a questo muro. E sono grato a te per questa conversazione, e della tua fiducia - Aveva detto Mohammed, sorridendo e tendendole la mano nell'atto del congedo.
Quella mano che ora Giulia aveva stretto senza più alcuna riluttanza e che avrebbe voluto trattenere  tra le sue per ritardare il momento del distacco.
 Poi, Mohammed, s'era chinato verso Venus, per un'ultima carezza
 - Fai la brava, Venus: niente più avventure on the road! -
 Giulia, allora, aveva cavato dalla borsa un fogliettino su cui aveva scritto il suo numero di cellulare
- Nel caso avessi bisogno di un'amica con cui parlare nei momenti in cui ti sembrerà di non ricordare chi sei - E poi aveva detto: non perderlo.
- Non lo perderò - L'aveva rassicurata Mohammed, grato di quella fiducia

 SANDRO E LIDIA
(ex)

- Sandro! Ma sei proprio tu! -
La voce femminile alla sue spalle lo aveva colto di sorpreso, perché quella voce l'aveva immediatamente riconosciuta
- Lidia! - Aveva esclamato prima ancora di voltarsi
L'attimo dopo erano l'una nelle braccia dell'altro.
- Quanto tempo è passato...fatti vedere, sei sempre molto bella e meravigliosamente in forma -
Al complimento sincero di lui, lei s'era schernita, leggermente in imbarazzo di non poter contraccambiare, perché il tempo non era stato altrettanto magnanimo con lui. Ma ben sapeva, Lidia, che quel decadimento non era d'attribuirsi all'inclemenza degli anni ma, piuttosto, al modo sregolato in cui aveva sempre vissuto, ed era stata la causa della rottura del loro matrimonio..
- In partenza o in arrivo? Perché il mio aereo decolla tra due ore, e se anche tu hai tempo possiamo prenderci un caffè e scambiare due parole - Le aveva proposto lui
- Sto aspettando mio figlio in arrivo da Londra, dove studia, ma ho tutto il tempo per un caffè e una conversazione - Aveva risposto Lidia, aderendo a quell'invito.
- Dunque hai un figlio? Come si chiama? Ti somiglia? -
Per tutta risposta, Lidia, gli aveva mostrato una foto
- Un bellissimo ragazzo, ti somiglia. Ti sei risposata, allora? -
Le era parso di percepire in quella domanda una nota di delusione
- Si, mi sono risposata, e di nuovo non ha funzionato - C'era stanchezza nella sua voce
- Io invece no, dopo di te nessun'altra! - Aveva esclamato Sandro, con la mano sul cuore
Entrambi erano scoppiati a ridere.

Era questa sua ironia, la leggerezza con cui lui affrontava la vita, quasi fosse un gioco senza rischio, che l'aveva fatta innamorare di lui. Una contrapposizione audace alla sua pesantezza, alle sue insicurezze e paure. Sandro aveva sempre una risposta rassicurante ai suoi cervellotici interrogativi esistenziali, ogni cosa con lui era possibile, fattibile, con una soluzione immediata, a portata di mano. S'era fidata di lui e di quella sua promessa d'infallibilità, e così lo aveva sposato per amore e per tutte quelle altre ragioni, nonostante le obiezioni della famiglia e degli amici più intimi che pure l'avevano messa in guardia sulle evidenti fragilità di lui.

- Lavori sempre nel campo delle comunicazioni? - Gli aveva domandato Lidia
- No, non ci crederai ma ora sono comproprietario di un ranch, in Argentina. Cambio totale di settore...e di vita. Un vivere più sano. Lo avessi fatto allora.. forse non ti avrei persa - Aveva risposto guardandola negli occhi e sfiorandole la mano.
- Vivere sano? Hai appena messo tre cucchiaini di zucchero nel tuo caffè! - Lidia, gli aveva fatto notare, ridendo
- Non me ne sono neppure accorto, ero intento a guardare te. Colpa tua, che mi emozioni sempre -

Colpa mia! Quante volte se l'era ripetuto nel corso della sua vita matrimoniale, quando quella leggerezza di Sandro, di cui pure s'innamorata, s'era rivelata catastrofica nelle scelte da lui perseguite, così da mettere a repentaglio quella loro minima, precaria sicurezza, su cui lei, alla fine, ferocemente vigilava.
Colpa sua di non riuscire a disciplinare le incongruenze di Sandro, quella sua anarchia sfrenata che lo portava a provare tutto abusando di tutto: cibo, alcool, droghe, e le ebbrezze della velocità. Donne...no, non ce n'erano state, non l'aveva mai tradita, era sicura della sua fedeltà . Ma quella, da sola, non era bastata. E così lo aveva lasciato.
Colpa tua! Sandro le inveiva contro, rinfacciandogli quell'abbandono di cui non accettava le ragioni, addebitando unicamente alla disperazione della loro separazione quel suo degrado morale e fisico, che pure andava esibendo in pubblico con il misero spettacolo di se stesso ubriaco fradicio, sporco o in crisi di astinenza.

- Bagaglio leggero? - Aveva domandato Lidia, indicando la piccola borsa da viaggi di lui. In realtà lo aveva detto solo per interrompere il flusso pericoloso di quei ricordi.
- Non ho più molte esigenze: non bevo, non fumo, non mi drogo. Magari potresti di nuovo innamorarti di me! - Sandro sorrideva, ma il tono era serio.
- Sarebbe fantastico - Aveva poi aggiunto sfiorandole una mano
- Non accadrà - L'affermazione categorica di Lidia, educatamente accompagnata da un sorriso, lo aveva raggelato
- Scherzavo. Ma tu continui sempre a prendere tutto maledettamente sul serio - Aveva sottolineato lui tentando una impostazione ironica che, invece, sapeva di rabbia.
Lei era rimasta in silenzio, senza replicare a quell'accusa che pure, facilmente, avrebbe potuto rivoltargli contro. Ma a cosa sarebbe servito rinvangare un passato da cui entrambi erano usciti perdenti e con le ossa rotte?
- Ora devo andare - Aveva detto lei guardando l'orologio
- Possiamo rivederci? O almeno rimanere in contatto? Ti lascio il mio numero di cellulare, decidi tu se e quando chiamarmi. Prometto che non ti farò proposte indecenti - Nel salutarla, le aveva offerto il suo biglietto da visita che Lidia educatamente aveva accettato, e poi stracciato,l'attimo dopo che lui era sparito alla sua vista.

lunedì 19 febbraio 2018

Tra Centocelle e Disneyland (passando per Hollywood)


Esattamente in quel tratto di mondo dove le albe sono più chiare e le notti più scure, e le stagioni sfumano, impercettibili, l'una nell'altra, e il vento che soffia da nord odora di oceano mentre quello che spira da sud sa di deserto.
Un tratto del pianeta non configurato su nessuna mappa perché sconosciuto al Meridiano di Greenwich, esente dalla burocrazia dei calendari e da quella delle ore legali e solari, perché non regolamentato, come tutto il resto del mondo, dalla suddivisione in decimali del tempo e dello spazio

Chiariamo subito che invisibile non è sinonimo di inesistente, e d'altronde basta porre la dovuta attenzione agli indizi, che pure ci sono a comprovarne l'esistenza, per giungervi senza neppure troppo sforzo.
In poche parole, se non trovate la strada è perché non sapete vedere.

La mia casa è ubicata nel centro esatto in cui questi due mondi convergono o confinano, (a seconda di come la si vuol vedere), con una vista mozzafiato su un panorama diurno di nubi, e notturno di stelle, se non fosse che talvolta, l'intenso traffico aereo di mongolfiere, aquiloni e tappeti volanti, reca qualche disturbo alla visuale, ma poi capita d'intravedere il Barone di Munchausen, viaggiare spedito a cavalcioni di una palla di cannone, e con lui amabilmente conversare
- Ehilà, Barone, le posso offrire una tazza di the?
- La prossima volta, mia cara, che oggi sono di fretta.

Nel respiro della terra puoi sentire il defluire dell'humus nelle sue grosse vene nere, e il pulsare del suo grande cuore, il cui ritmo regola i tempi del letargo e quelli della rinascita, e poi quelli variabili della stagione degli amori
Dietro le fitte colonne degli ebani e dei banani, schierate a ranghi serrati, si spalanca, abbagliante alla vista, la macchia verde smeraldo della foresta Writer Monkey, sul cui confine s'erige, opaco e minaccioso come un bastione militare, DarkRock Castle, impenetrabile dimora del leggendario mago alchimista Angel Devil, l'unico della stirpe degli stregoni ad avere acquisito il dono dell'immortalità, in virtù della sua breve, e tumultuosa liaison, con la bellissima e ambigua vampira, Carmilla.

Ai piedi di DarkRock Castle, nella zona paludosa, si ammassano, le une sulle altre, le casupole color malva e ginestra delle matriarche del posto, le fondatrici della confraternita delle Writer Witchs.
All'apparenza è l'irascibile stregone a detenere le redini del potere, ma in realtà sono loro, le matriarche, a gestire questo lembo di terra, non solo in virtù delle arti magiche della seduzione ma, soprattutto, della loro schiacciante maggioranza numerica.
Unico posto al mondo dove vige una democrazia perfetta mascherata da dittatura,
Le abitazioni delle Witch Writers sono così strettamente connesse tra loro da un coacervo di passaggi  e sottopassaggi, di ponti e di scale, intersecanti in un inestricabile labirinto a più piani, progettato dal genio architettonico di Maurits Cornelis Escher che nacque proprio qui, in questo lembo di terra, tra Centocelle e Disneyland,  e non in Frisia, come erroneamente riportano tutte le enciclopedie e le biografie, mai smentite, però, su richiesta dello stesso, un tipo riservato, refrattario al successo, che qui, nella sua casa natale, veniva a ritemprarsi dalle fatiche del suo genio e trovare nuove ispirazioni.

La casa di Escher è una semplice palafitta che poggia su pali altissimi, così come ce ne sono centinaia d'altre nell'entroterra della foresta Writer Monkey, dove le mamme vengono a dare alla luce i propri figli, nel convincimento che i primi mesi di vita trascorsi in quella realtà sospesa stimoli nei neonati l'intelletto, la spiritualità e la fantasia.
La casa è assegnata di diritto al  nuovo nato, così da garantirgli un luogo dove far ritorno in qualsiasi momento della sua vita.

"Writer Monkey"(lo scrittore scimmia) è l'eroe simbolo rappresentativo di questo posto, così come Guglielmo Tell lo è per la Svizzera. La leggenda racconta che durante le riprese del film "La corazzata Potemkin", mentre Eisenstein s'apprestava a girare la famosa scena della carrozzina che precipita lungo le scale, quella gli sfuggì di mano e continuò la sua rovinosa discesa anche dopo l'ultimo gradino. Inghiottita da un gorgo temporale, la carrozzina col suo piccolo passeggero era poi emersa nella foresta Writer Monkey (ma che allora non si chiamava ancora così) dove le scimmie si presero cura del bambino scampato alle scene più cruente del film, allevandolo sulle palafitte come avrebbe fatto una mamma umana, ma pure iniziandolo alle arti acrobatiche e ai segreti dello scautismo. Fu però un grillo parlante (quello stesso al quale Pinocchio non volle dare ascolto) a svelargli i segreti della grammatica e della comunicazione, tanto da indurlo, ormai giovane adulto, ad intraprendere la strada della narrativa. E così, in mancanza di carta, i suoi racconti li scriveva sulle foglie delle ninfee, usando come inchiostro un distillato di fiori. Poi affidava quei suoi manoscritti ai corsi d'acqua affinché qualcuno, trovandoli, li leggesse (prototipo del più moderno bookcrossing) Racconti magnifici, seppure un po strampalati, di certo originali. Talmente affascinanti, che quando una foglia di ninfea giunse nelle mani di Shahrazad, la più seducente affabulatrice di tutti i tempi, questa se ne innamorò perdutamente e, dalla lontana Persia, giunse fino a lui, seguendo la traccia di quegli indizi minuti che un cuore innamorato, però, riesce a vedere.
E dall'amore dei due nacque la leggendaria stirpe degli scrittori scimmia, che popolano tutt'oggi la foresta "Writer Monkey" , chiamata così in onore del leggendario capostipite.

Ora, alla fine di questa mia storia (un po stravagante, ne convengo, ma è la bizzarria creativa il  marchio d'autore che autentifica un vero Writer Monkey), qualcuno di certo si sarà incuriosito a voler tentare un incursione in questa regione estranea al Meridiano di Greenwich, e visitare i favolosi luoghi che io ho qui descritto. Ma se a me è vietato dalla Costituzione rilasciare le coordinate geografiche per non svelarne l'ubicazione, a nessuno è però proibito seguire le minute tracce, come briciole di Pollicino: quelle stesse seguite da Shahrazad.

sabato 10 febbraio 2018

Un gatto miracoloso


Il primo incontro era stato una mattina che Sara, dinamica signora di una certa età...

(ehy tu, ti ho autorizzata a raccontare questa storia non a spifferare in giro gli affari miei)

Questa tra parentesi è la voce di Sara, che pure ha un certo caratterino e non le manda mica a dire, è molto permalosa, quindi mi toccherà fare attenzione a quello che scrivo

Sara, quella mattina, era alla guida della sua vecchia utilitaria color ciliegia (unica macchina al mondo di quel colore), quando all'improvviso era balzato fuori dalle grate di un cancello un gatto nero con in bocca un pezzo di pane, di certo rubato alla credenza di qualche casa.

(ehy tu, brutto ladruncolo, per poco non mi mandi fuori strada)

Sara aveva l'abitudine di appellare tutti con un "ehy tu" perfino il marito, pluridecorato colonnello in pensione, non lo chiamava mai per nome ma "ehy tu, colonnello", e sempre in questo modo aveva gridato inviperita alla volta di quel gatto nero che le aveva tagliato la strada, costringendola ad una brusca frenata, ma che lesto, però, se l'era filata prima ancora che lei terminasse l'invettiva.

Il secondo incontro era stato quando Sara, aprendo la portiera della macchina per andare a fare la spesa, il diabolico felino ne era schizzato fuori, cogliendola di sorpresa e facendola quasi cadere.

(ehy tu, diavolaccio, chi ti ha dato il permesso di bivaccare nella mia macchina? Trovo la tua padrona e gliene dico quattro!)
Ma quello di nuovo, senza darle ascolto, s'era eclissato con la velocità di un fulmine.

Il terzo incontro fu il più sorprendente, quando Sara tornando dal consueto the pomeridiano con le amiche, era rimasta sbalordita nel sentire il colonnello dialogare con qualcuno. Davvero strano, perché lui da quando s'era ammalato aveva interrotto i rapporti col mondo e viveva una vita  solitaria, da recluso.

(ehy tu, colonnello, con chi stai parlando?)
Gli aveva chiesto entrando in casa, curiosa di vedere l'ospite di suo marito ed offrirgli un caffè, perché il colonnello soffriva di un tremore alle mani che gli impediva di afferrare le cose e di tenerle senza farle cadere, e così non gli riusciva di fare quasi più niente.

- Sara, guarda chi è venuto a farci visita!
Le aveva risposto allegro. Un evento questo, perché lui se ne stava triste e silenzioso, sulla sua sedia a rotelle, perso dietro a qualche ricordo che però non condivideva con lei. Sara cercava di distrarlo, d'interessarlo alle vicende del mondo, d'incuriosirlo e farglielo riscoprire, ma lui non si mostrava interessato, e allora lei smetteva di parlare. In silenzio passavano le ore, lui a fissare una parete, lei a lavorare all'uncinetto o sfogliare una rivista. Per questo era rimasta sorpresa da quella sua allegria.

Ma ancora più sorpresa quando scoprì che il motivo di quella felicità era proprio quel gatto randagio che ultimamente pareva perseguitarla e che ora beatamente stava dormendo sulle gambe del marito.
Ma alla voce della donna, però, s'era svegliato e istintivamente era scattato verso la porta per darsi alla fuga, ma quella era chiusa e l'unica altra via era data dalla finestra da cui era entrato, e che lui con un salto acrobatico era riuscito a scavalcare, guadagnando l'uscita.

(ehy tu...)
Ma stavolta la minaccia all'indirizzo del felino, Sara non l'aveva neppure terminata perché aveva visto il colonnello ridiventare di nuovo triste e una lacrima brillare nei suoi occhi, e allora lo aveva abbracciato, gli aveva preso fra le sue quelle sue mani che tremavano forte, e dopo avergli dato un bacio sulla fronte lo aveva rassicurato: vedrai che torna o altrimenti te lo vado a cercare io.

Una promessa è sacra, e mai Sara in vita sua ne aveva disattesa una, figuriamoci questa fatta al colonnello che lei amava teneramente, perché nonostante quei suoi modi bruschi, Sara era una donna molto dole e...

(ehy tu, smettila con queste sdolcinature, piuttosto bada a raccontare per benino questa storia senza perderti in chiacchiere)

Su questa sua sollecitazione riprendo il filo del racconto ripartendo da quella sua promessa fatta di ritrovare il gatto transfugo, che pure aveva riportato un momento di gioia nella vita del marito, e così aveva disseminato il cortile di ciotole colme di leccornie feline, e quando usciva lasciava sempre porta e finestre aperte, caso mai quello avesse voluto fare di nuovo visita al colonnello. Pure i finestrini della macchina lasciava abbassati, anche nei giorni di pioggia (anche se poi le toccava sempre asciugare sedili e tappezzeria, ma non se ne lamentava, perché era per una buona causa), semmai avesse avuto bisogno di un riparo come era già accaduto una volta. Aveva allertato anche le amiche a tenere gli occhi aperti ed avvisarla se nei loro paraggi circolava un gatto nero dall'aria malandrina. Una descrizione vaga, verrebbe di pensare, che i gatti neri si somigliano tutti, ma quello era un piccolo posto dove tutti si conoscevano e quel gatto, di certo, non apparteneva a nessuno: un clandestino all'interno di quella comunità.

(ehy tu, per caso ti è capitato di vedere gironzolare da queste parti un gatto nero vagabondo?)
Era questa la domanda che Sara poneva a tutti quelli che incontrava, ma nessuno lo aveva visto. Sparito nel nulla. Volatilizzato. Eppure un effetto positivo quel gatto lo aveva prodotto perché il colonnello ora non fissava più una parete ma guardava la finestra nella speranza di vederlo arrivare. Poi, un giorno, addirittura s'era spinto, con la sua sedia a rotelle, nel cortiletto: era passato così tanto tempo dall'ultima volta che lui era uscito che a Sara quello era parso un miracolo.

(ehy tu, colonnello, che ne dici se lo andiamo a cercare insieme?)
A questa sua proposta Sara s'era aspettata un rifiuto, e invece lui aveva detto si. E così s'erano incamminati insieme, lui sulla sua sedia a rotelle, e lei a spingerlo, verso quell'avventura condivisa. Avevano camminato tanto e ancora avrebbero continuato a farlo, spinti dalla speranza di ritrovare quel gatto speciale che aveva operato il miracolo di restituire suo marito al mondo, se non che stava facendo buio ed iniziava a piovere.

(ehy tu, colonnello, non essere triste, domani riprendiamo la ricerca)
Sara aveva dato alla sua voce un tono incoraggiante per non cedere, lei stessa, al pessimismo, consapevole che le possibilità di ritrovarlo diminuivano col passare dei giorni. Così erano tornati a casa, zuppi di pioggia e di tristezza, e Sara prima ancora di togliersi gli abiti fradici era corsa a serrare porte e finestre per impedire un probabile allagamento, quando aveva intravisto il gatto al riparo sotto la pergola del cortile, e così la finestra del salotto l'aveva lasciata aperta, lasciandogli la possibilità d'accesso. Poi s'era infilata un trench ed era uscita, lasciando però aperta anche la porta d'ingresso.

(ehy tu, colonnello, vado a controllare se ho chiuso i finestrini della macchina. Torno subito)
Sara sapeva che quei due si stavano per ritrovare e chissà quante cose avevano da raccontarsi, e forse la sua presenza sarebbe stata di troppo. Era certa, anzi certissima, che il colonnello lo avrebbe convinto a rimanere, perché era sempre stato un uomo molto persuasivo, soprattutto nel campo degli armistizi, e avrebbe fatto in modo di stabilire, fra lei e il gatto, una tregua, il tempo necessario per conoscersi ed apprezzarsi.
E non ce ne sarebbe voluto molto, che Sara, a quel gatto miracoloso, già voleva un bene immenso.

martedì 30 gennaio 2018

City of Light

Dedico questa fiaba alla memoria di mia nonna Rosa, ipovedente ma meravigliosamente immaginifica, che mi ha preso per mano, come quando ero bambina, per guidarmi lungo il sentiero di questa storia.


NEL PAESE SENZA SPECCHI
C'era una volta una regina molto irritabile, la più nevrotica mai esistita nel mondo reale e in quello fantastico, e terribilmente brutta, seppure, a dire la verità, nessuno l'avesse mai vista in volto, dal momento che lei, le rare volte in cui usciva, si intabarrava in un pesante mantello il cui cappuccio le nascondeva la faccia. Oltretutto, per rendersi ancora più impenetrabile, la regina indossava anche occhiali scuri ( questa favola è ambientata in un regno ancora da scoprire, per alcuni versi moderno per altri, invece, ancora medievale) estendendone l'obbligo a chiunque si trovasse a transitare nel suo palazzo e nelle sue vicinanze. Aveva poi obbligato tutti gli abitanti a vestirsi allo stesso modo, e vietato l'uso degli specchi: nessuno poteva possederne. Aveva persino fatto prosciugare un laghetto, meta di gite domenicali per le famiglie e qualche casuale turista, per impedire che vi si specchiassero. E come se non bastasse aveva preteso, in cucina, l'uso di pentole dal fondo brunito e posate in resina, per impedire qualsiasi tentazione di specchiarsi nell'acciaio. Ovviamente, bandito l'uso dell'energia elettrica, pena i lavori forzati a vita a scavare miniere nel ventre freddo e buio della montagna.
 Avrebbe anche oscurato il sole, se le fosse stato possibile, e costretto tutti a vivere in una impenetrabile notte.
In questo regno, di cui s'ignora nome e ubicazione, (di fatto non appare su Google Maps e neppure menzionato in Wikipedia, quindi per noi, davvero sconosciuto) imperavano oscurità e tristezza, che il mondo filtrato dagli occhiali neri pareva senza contorno e senza colore: un universo notturno, popolato di ombre.
Nessuno avrebbe continuato a vivere lì, se solo gli abitanti avessero saputo in quale altro posto emigrare, ci sarebbe stato un esodo di massa, e 'fanculo (ops) la regina e le sue ingiuste leggi.
Anche se, a onor del vero, a quei divieti gli abitanti di quel regno senza nome, (uno però dovrò trovarglielo, almeno per orientarmi in tutta questa penombra) continuamente trasgredivano, come gli innamorati, ad esempio, che romanticamente passavano ore a rimirarsi nei reciproci sguardi, scoprendosi bellissimi, o i genitori che avevano imparato a stampare nelle pupille le immagini dei propri figli, come fossero foto, e orgogliosamente le mostravano a parenti e amici.
Insomma, come si dice qui da noi: fatta la legge trovato l'inganno.
Un inganno a riparare una palese ingiustizia, per cui, ne sono certa, nessuno punterà il dito contro i trasgressori.

IL GIOVANE SCULTORE CIECO

Ora accadde che qui vivesse anche un giovane Scultore, cieco alla nascita, che pure, nonostante l'handicap, creava opere meravigliose, che un giorno lo avrebbero reso famoso.
Un carattere anticonformista e ribelle che trovava intollerabile l'idea che chi avesse la vista dovesse vivere nel suo stesso mondo di tenebra, solo perché così aveva deciso la Regina.
Lui aveva imparato a vedere attraverso il tatto, ma non lo considerava un privilegio, piuttosto un far di necessità virtù, che ben gli sarebbe invece piaciuto poter usare gli occhi. Ma pur s'era dovuto adeguare e attraverso la sua arte aveva sviluppato una straordinaria sensibilità nelle dita.
Le tende tirate per non far filtrare la luce però enormemente lo infastidivano, seppur averle spalancate o meno non faceva per lui, in ultimo, una grande differenza, ma era quell'imposizione malsana a risultargli intollerabile, così s'era convinto a dover essere lui a rimettere a posto le cose.

- Possono pure condannarmi ai lavori forzati nelle cave della  montagna, vorrà dire che avrò materiale di prima mano per le mie opere, ma questa storia deve finire, che quello della luce è un diritto sacrosanto e nessuno può impedirlo. Nemmeno una Regina -
E con spirito battagliero s'era avviato, a viso scoperto e supportato dal suo bastone bianco, alla volta del Castello, ben determinato a ristabilire la giustizia.

LO SCONTRO CON LA REGINA

S'era quindi incamminato alla volta del Palazzo Reale incespicando spesso lungo la strada, che quello era un percorso a lui sconosciuto e non aveva avuto il tempo di memorizzarne il tracciato, affidandosi all'istinto e alla sua buona stella, per giungere incolume e chiedere udienza, se non che ad un bivio venne letteralmente travolto da qualcuno che veniva correndo dal lato opposto al suo, e nello scontro ruzzolarono entrambi a terra.
Il giovane Scultore s'era rimesso in piedi, sia pur con qualche fatica, e premurosamente s'accingeva a prestar soccorso al suo investitore, che però in malo modo lo respinse facendolo di nuovo cadere a terra.

- Certo le buone maniere vi sono sconosciute -
Aveva ironizzato il giovane
- Non osare toccarmi! -
Aveva risposto perentoria una voce di donna
- Una donna: avevo ben captato la fragranza di un profumo -
S'era trovato a ribadire lo Scultore con un sorriso galante
- Togliti quel sorriso imbecille dalla faccia e preparati a passare il resto dei tuoi giorni in galera -
Aveva sibilato lei in tono duro
- Perché? Cadere non è reato e, se lo fosse, sareste voi, cara signora, a dover scontare la pena, dal momento che mi siete arrivata addosso come una valanga e facendomi perdere l'equilibrio -
Per niente intimorito, lo Scultore, sorrideva di quella rabbia senza senso
- A nessuno è permesso farsi beffe della Regina e tu hai passato ogni limite col tuo atteggiamento irrispettoso, e per di più impunemente trasgredendo alla regola che impone, nelle uscite pubbliche, l'obbligo del mantello e degli occhiali neri -
Nel frattempo lei s'era tirata su e lo sovrastava con tutta la sua regale altezza (in realtà rientrava nella statura media, seppure con la corona e le scarpe coi tacchi sembrasse più alta, ma non quel giorno specifico che, uscendo a fare jogging, indossava scarpe da corsa e un cappellino con la visiera)
- Gli occhiali da sole ad un cieco non  servono, e in quanto al mantello fa troppo caldo per indossarlo. E comunque è proprio al castello che ero diretto per discutere  di questa legge assurda che vieta  specchi e suppellettili in cui ci possa riflettere, solo perché madre natura non è stata generosa e vi ha fatto brutta, o almeno così si vocifera. E se girano queste voci, signora, la colpa è solo vostra che pure le alimentate promulgando questi bizzarri editti -
Lo Scultore, che non aveva peli sulla lingua, aveva colto al volo quella magnifica opportunità per dire alla Regina come stavano le cose e quello che di lei si mormorava
- La gente pensa che non solo dovete essere brutta ma anche matta. Ma brutta non lo siete affatto, ed io posso testimoniarlo -
- La testimonianza di un cieco! E poi la matta sarei io?-
Lo aveva irriso beffarda
- Statura media, capelli mossi, scuri (se fossero stati biondo miele avreste avuto un carattere più dolce) carnagione chiarissima, lentiggini e qualche neo, possibilità di ustioni solari (il mantello serve a proteggervi), occhi oblunghi, di colore violetto o azzurro o verde (non posso essere più preciso, la visiera del vostro cappellino me lo ha impedito). Soffrite d'insonnia e di notte leggete romanzi d'amore su cui versate molte lacrime: l'ho percepito dalle palpebre pesanti e dalle ciglia umide. Le mani non sono troppo curate, odorano di terra e di erba, perché fate giardinaggio, è profumo di fiori quello che che ho sentito quando mi siete ruzzolata addosso. Siete una sportiva perché non vi lamentate di essere caduta né di esservi fatta male. Non siete arrabbiata con me per il capitombolo ma per le mie giuste accuse -

LA REAZIONE DELLA REGINA

La Regina era rimasta senza parole. Per la prima volta in vita sua non trovava di che ribattere. Avrebbe potuto, in virtù del suo potere, con un'accusa qualsiasi mettere in prigione quello sfrontato, ma la meraviglia di quella sua descrizione così perfetta, l'aveva destabilizzata. Che lo Scultore fosse davvero cieco non aveva dubbi, non solo per via del bastone bianco ma perché le pupille erano opache,velate da una patina , si muovevano in maniera involontaria.

- Vi state chiedendo come posso io, un cieco, aver fatto di voi un ritratto così preciso, dal momento che a nessuno mai è stato concesso il privilegio di guardarvi in viso. Non è poi così difficile, oltre la vista abbiamo altri quattro sensi e quando uno di questi viene a mancare subentrano gli altri. Ma essere nati ciechi è tremendo, ancor più tremendo, però, rendere cieco il proprio popolo solo per una vanità personale. L'essere belli o brutti dipende da tanti fattori, come il nascere con il dono della vista o meno, ma in nessun caso si può costringere gli altri a vivere il nostro stesso destino. Io vedo, nonostante la cecità, il sole e le nubi, la luna e le stelle, le rondini come le formiche, il volto di mia madre e quello dei miei amici, e li traduco in sculture. Voi, invece, vi negate questa gioia negandola a tutti gli altri. Mi verrebbe da dire che siete malvagia, che è peggio di esser brutta, ma di notte leggete romanzi d'amore e piangete: quello che a voi manca non è la bellezza ma un sogno in cui credere -

A queste parole lacrime silenziose sgorgarono dagli occhi della Regina, e pure lo Scultore se ne avvide e con la punta delle dita ne aveva asciugata una, sfiorandole la guancia con una carezza.

- Non piangete, non è mai troppo tardi per credere a un sogno o un inventarsene uno. I sogni originano con la luce della luna e vivificano in quella del sole: restituite la luce al vostro popolo, e con quella la possibilità di sognare, e troverete anche voi, ne sono certo, il vostro sogno magnifico -

Piangeva la Regina senza più vergogna di mostrare le proprie lacrime, poi prese la mano del giovane guidando le sue dita sulle decine di piccole cicatrici rugose che le frastagliavano metà del viso
 - Questo particolare deve esserti sfuggito -
Aveva detto in tono amaro, scostandosi bruscamente da lui
- Non mi è sfuggito, ma non è la cosa che maggiormente mi ha colpito. E il rilevarlo vi avrebbe fatto male, per questo l'ho taciuto. Siete bella, Maestà, solo che voi non lo vedete. Date la possibilità a tutti di amarvi come io già vi amo e spariranno anche quelle cicatrici, non le vedranno gli altri e nemmeno più voi -
E si chinò a baciarle, una per una, con infinita dolcezza.

CITY OF LIGHT

Specchi di tutte le dimensioni e forme, e in gran profusione, arredano ora le case di questo regno a cui io, ancora all'ultimo capitolo, non ho dato un nome, ma che ora devo pur trovargliene uno, che Wikipedia e Google Maps, venuti a conoscenza di questa storia straordinaria, lo reclamano a gran voce, per poterlo rendere visibile a tutto il nostro pianeta, a quelli limitrofi e a quelli ancora da scoprire, e così ho pensato a "City of Light", che forse non è il nome più originale del mondo ma di sicuro il più appropriato. Avrei potuto chiamarla anche "City of Love" che la gente che qui vive è incredibilmente felice, oppure "City of Mirrors" che questa è diventata l'attività principale del regno, oppure, più romanticamente "City of the Queen", in onore della donna che con saggezza la governa e che il suo popolo appassionatamente ama, seppure nessun tipo d'amore possa eguagliare quello del suo Re, che non ha mai voluto, però, indossare la corona, trovando antiquata l'etichetta che regola le formalità della Casa Reale, e chissà che la forza del suo amore non possa convincere la Regina a indire un referendum per far scegliere al popolo se tramutare la Monarchia in Repubblica.
Una magia non troppo difficile per chi ha saputo regalare un sogno ad una Regina
...perché quel Re senza corona è proprio lui, lo Scultore.

martedì 23 gennaio 2018

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie


Giuliano s'era rassegnato a non farle più domande, come Anna gli aveva chiesto, in quel suo modo dolce ma deciso, col quale piegava al suo volere il mondo intero.

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
Così, lui, non gliene aveva più fatte, perché pure aveva intravisto in quella sua dolcezza il tono di una minaccia.
Non avrebbe sopportato una rottura, il mondo non sarebbe stato più lo stesso senza di lei, e quindi s'era rassegnato al ruolo di amante muto.

Nessuna domanda, così non avrebbe avuto nessuna bugia in risposta.
Ma tu mi ami?
Questo glielo poteva chiedere, era tra le domande fattibili, quelle che non includevano la possibilità di una bugia.

...o forse anche questa?
Ma no, certo che no, Anna non era obbligata a stare con lui, ad amarlo o fingere di amarlo, come può accadere in un matrimonio o in una relazione di altro tipo, perché loro si erano scelti.
Le bugie, che avrebbe dovuto raccontare, erano intenzionalmente riferite alla sua vita reale, non ai sentimenti.
Quella vita che poteva benissimo contemplare un marito, forse dei figli, una famiglia a cui lei non voleva pensare quando stavano insieme, per non alimentare sensi di colpa.
Ma ci si può davvero, anche solo per un momento, dimenticarsi di loro?
S'interrogava Giuliano, che di legami stabili, prima di Anna, non aveva mai voluto sentir parlare, ed ora, invece, si sarebbe volentieri, e fino in fondo impegnato con lei.
...ma forse era già la moglie di un altro, dal quale tornava dopo aver lasciato lui, e chissà se anche a quello aveva imposto la regola di non fare domande, di non chiedere giustificazione alle sue assenze, di accettare in silenzio le sue piccole fughe.

- Contatto un investigatore e così facilmente saprò tutto di te, donna misteriosa.
Le aveva detto una volta in tono scherzoso
- Se ci tieni alla nostra storia non farlo.
Aveva risposto Anna senza sorridere.

...e lui, ubbidiente, non lo aveva fatto.
Averla anche solo per brevi momenti era meglio che non averla affatto

Anna mi è entrata dentro e mi ha fuso il cervello
Irrideva se stesso e la sua incapacità di far prevalere le sue ragioni, legittime, nonostante lei non gli avesse mai fatto promesse o creato aspettative.
O preteso qualcosa.

Si dava a lui con passione, si lasciava andare, pienamente godeva di quei loro incontri, seppure anche mai le era sembrata troppo triste al momento del commiato.
Si staccava leggera da lui, si rivestiva e poi allo specchio ricomponeva i capelli. Espletava questi suoi riti con naturalezza, senza la fretta di chi è condizionato dal tempo e dalle formalità.
O dalle priorità.
Quasi lei non ne avesse, e liberamente potesse disporre del tempo e delle situazioni.

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
...poi, una mattina, casualmente l'aveva vista uscire da un negozio con le mani ingombre di sacchetti, e sorridendo felice per quell'incontro inaspettato, attraversava la strada per andarle incontro, quando una macchina s'era fermata a pochi passi da lei, un uomo ne era sceso e premurosamente s'era fatto carico del peso delle buste.
Anna gli aveva sorriso nello stesso modo in cui sorrideva a lui, quando facevano l'amore o era felice, eppoi con una carezza gli aveva sfiorato una mano, un gesto inedito per Giuliano.
Un gesto complice, che con lui non aveva mai avuto.

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
Ora questo non aveva più senso.
Eccolo finalmente davanti a quella verità a cui lei non aveva voluto contrapporre nessuna bugia
Ma quale verità?
Chi era quell'uomo?
Un marito?
Un amante?

Un altro me.
Sentiva forte il bisogno di farsi male, umiliarsi, declassarsi allo stadio infimo di animale da letto, usato e all'occorrenza sostituito.

Un altro me
Questo pensiero s'era inchiodato nella sua mente e non riusciva a distaccarsene
E quanti altri me sono nella tua vita, Anna?
Ecco una domanda che esigeva una risposta schietta.
Vedeva se stesso, in quell'ipotetico interrogatorio che andava in scena nella sua mente, strattonare Anna, scuoterla, farla piangere solo per il gusto di vederla umiliata, di potersi vendicare del dolore provocato da quella sua carezza sulla mano di un altro.

La macchina era ripartita mentre lui era rimasto fermo, come paralizzato, in quell'angolo di strada, incapace di mettere a fuoco i pensieri se non quell'unico di vendicarsi di tutto quel dolore che gli era piombato addosso.
Puerilmente fissava la porta del negozio da cui lei era uscita, un banale negozio di scarpe in cui si risolse ad entrare spinto dal bisogno di verificare se quella che aveva visto era proprio lei o solo una che le somigliava
Era entrato e aveva chiesto alla commessa se una signora, con le caratteristiche fisiche di Anna, fosse stata lì per l'acquisto di un paio di scarpe
La commessa aveva confermato che effettivamente una signora corrispondente a quella sua  descrizione aveva acquistato dei sandali da sera color argento, un modello esclusivo per un'occasione straordinaria
...di cui lui mai avrebbe saputo nulla se non ci fosse stato quell'incontro casuale.


Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
Questo ora non sarebbe stato più possibile, ben lo sapeva Giuliano che testimone di quella conclamata verità, non avrebbe potuto adottare più nessuno stratagemma per ingannare se stesso
...anche se per un momento, pur di negarla quella verità, aveva perfino messo in dubbio che la donna uscita dal negozio di scarpe non fosse Anna ma solo una che le somigliava.

E cosa cambiava, in definitiva, se davvero era lei o un'altra?
Lo shock e il dolore avevano evidenziato il suo stato di subordine all'interno di quel rapporto dove l'unica cosa vera era il suo amore incondizionato per una donna che pure non gli aveva dato accesso alla sua vita, negandogli perfino la possibilità di recriminare per un tradimento, che non era tradimento stando alla logica della regola imposta da Anna e da lui accettata: tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.

Ti ho visto per caso ed eri in compagnia di un uomo. Chi era?
Era questa la sola, ed ultima domanda che le avrebbe fatto, senza attendere la risposta
...che qualunque fosse stata sarebbe equivalsa ad una bugia.

giovedì 18 gennaio 2018

Vuoto a perdere


Il male pende all'interno della mia testa, una gelida stalattite puntata verso il cuore.
 Per impedirne il distacco, che mi causerebbe morte, devo fare in modo che nessuna fonte di calore mi penetri.
Dopo aver respinto la tentazione del tepore delle coperte, giaccio rannicchiata in un angolo del letto, tremando di freddo e della paura che lo stato emotivo, in cui ora mi dibatto, possa alterare le mie percezioni.
Mi muovo con la sicurezza di una cieca in questa casa oscurata al sole, dove nulla di vivo può soggiornarvi troppo a lungo, senza luce né calore, così ho rinunciato anche alla mia dolcissima gatta, l'ultimo affetto
L'ultimo regalo di mio marito.
Ex marito.
Ex gatta.
Ex, come tutte le persone e le cose che ho amato prima che la stalattite s'insediasse nella mia testa.

Appesa all'interno del mio cranio e puntata verso il cuore, c'è una lama pronta a darmi la morte, così come è stato per mia madre, che io pure li avevo avvertiti del caldo eccessivo della stanza, delle troppe presenze che l'affollavano a rubarle l'aria e il respiro.
Via.Via. Andatevene. Tutto questo caldo la sta uccidendo.
E come una furia m'avventavo addosso ad ognuno, per farle guadagnare centimetri d'aria e attimi di vita.
Nessuno ha voluto credermi.
L'avrei salvata, a dispetto di quelli che dicevano di amarla.
Non mi hanno creduto neppure quando la stalattite s'è staccata spaccandole il cuore.
Un sussulto, ha inarcato la schiena e sbarrato gli occhi e un filo di bava lungo il mento.

Così ho capito che per salvare me stessa da quello stesso male, avrei dovuto combattere da sola.
Li ho allontanati tutti, per non essere contaminata.

Nessun sentimento.
Nessuna emozione.
Nessuna empatia.
Niente. Niente. Niente.
Vuoto a perdere

Accuratamente evito ogni coinvolgimento che possa generare calore.
 Perfeziono tecniche.
Sperimento antidoti.
Perché ho capito che non basta liberarmi dalle emozioni ma piuttosto devo mantenere costante il grado di gelo che fa da collante alla stalattite, per impedirne il distacco.
Ma pure capita, talvolta, che il ricordo di una dolcezza insidi quella parte di memoria così pericolosamente a lei vicina, allora, al calar della notte, esco per procurarmi l'antidoto.
Non sono più così maldestra ad usare il coltello, col tempo ho affinato la mia tecnica, un lavoro pulito, che non è il sangue che mi raggela, ma quegli occhi sbarrati sull'ultimo istante di vita.
Gli stessi di mia madre.
Nessuna morbosità.
Nessuna eccitazione.
Solo il salvifico gelo.

sabato 6 gennaio 2018

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda


IN UN GIORNO MENZIONATO SU NESSUN CALENDARIO
A quel balcone da cui nessuno s'era più affacciato, essendo l'antico palazzo padronale ormai disabitato e mezzo caduto in rovina, era d'improvviso apparsa, in un giorno menzionato su nessun calendario, una donna intenta a spazzolarsi i capelli.
Capelli neri con una frezza bianca che originava nitida sul lato destro della fronte, come la traccia di una cometa in un cielo notturno.
La donna al balcone l'avevano vista i pescatori al rientro dalla loro battuta di pesca notturna, e quelli che s'apprestavano a quella diurna; i contadini che s'avviavano ai campi; il dottore e il prete, che insieme tornavano dopo aver trascorso parte della notte al capezzale di un moribondo.
L'avevano vista a quell'affaccio che credevano disabitato, spazzolarsi i capelli, che nella luce ancora incerta dell'alba, altri particolari non erano riusciti ad intravedere.
Vestita di scuro, qualcuno asseriva.
Vestita di rosso, qualcun altro ribatteva.
Chi poteva essere quella donna al balcone di una dimora disabitata, se non un fantasma inquieto, insofferente alle pene del limbo?
 ...così, più d'uno s'era fatto il segno della croce, e affrettato il passo.

In quel giorno menzionato su nessun calendario, Maria Verena Valduga, aveva fatto la sua comparsa (apparizione, qualcuno avrebbe detto), a quel balconcino dismesso, scatenando da subito la fantasia dormiente degli abitanti, che di novità non ne capitava quasi nessuna in quel borgo profondamente incassato tra le montagne e il mare, difficilmente intercettabile dagli sguardi umani e da quelli divini, da poterlo considerare un piccolo pianeta all'interno di un pianeta più grande.
...eppure quella comparsa inaspettata aveva sortito la capacità di mettere in moto meccanismi caduti in disuso, quali, ad esempio, quello della memoria, esercizio che i vecchi avevano da lungo tempo dimenticato e i giovani assolutamente non conoscevano, essendo abituati da sempre a vivere in un'immobilità temporale dettata dai ritmi delle stagioni e scandita dalle regole comunitarie.
Nascevano e morivano così come fanno le piante e gli animali, senz'altro scopo che quello di trascorrere in un qualche modo gli anni intermedi tra i due eventi.

NEI MEANDRI DELLA MEMORIA

Ambiziosa, quanto sfortunata, la famiglia dei Valduga, nobili senza blasone, al quale invano hanno da sempre aspirato, una contea o una baronia, più facili d'acquisire con l'arte dell'ossequio e dell'adulazione, che al principato, invece, solo con un matrimonio si sarebbe potuto accedere.
...seppure a quello di principe c'erano andati davvero vicino, con la nascita di Maria Verena, promessa sposa al principe Giovanni Cuza Sigmaringen, il cui destino, però, fu quello di non arrivare all'età dell'adolescenza, prematuramente ucciso da una malattia di languore.
Dopo di che nessun'altra richiesta di matrimonio, di così alto lignaggio, era pervenuta per Maria Verena, che superati i vent'anni, ancora nubile, vedeva profilarsi l'ombra sinistra del convento, da preferirsi a quella di un matrimonio di basso profilo.
Meglio badessa che zitella.
Questo il sunto di un destino segnato, deciso dalla famiglia, che lei, dopo esser stata quasi principessa, non avrebbe potuto accontentarsi di qualcosa di meno.
Eh si che bella lo era.
Particolare, di certo, con quella ciocca bianca che ancora giovinetta le conferiva una parvenza già adulta, e forse, a vent'anni, già di donna matura.
Era anche per questo, nel suo destino, la sorte del convento.
Così cercavano di convincerla i famigliari, che per vincere il suo disappunto, adducevano ragionamenti assurdi, come quella ciocca bianca fosse il segno con cui Dio la designava sua sposa.
...e la morte prematura del giovane principe Giovanni Cuza Sigmaringen, ne era la conferma.

Fu così che quando in paese arrivarono gli zingari giostrai lei scappò con uno di loro.
Di lui si conosceva solo il nome, Django, e l'ombra buia nei suoi occhi.
Di lei non si seppe più nulla.
Di lei non si volle sapere più nulla.
Nessuna ricerca venne messa in atto, e per soffocare lo scandalo si accreditò la notizia della sua entrata in convento.

LA SFIDA
A quel balconcino dove s'era mostrata Maria Verena Valduga (che i più s'erano ormai convinti che fosse lei, rediviva) ora vi facevano bella mostra un vaso di gerani e uno di basilico, e una gabbietta per uccelli, vuota ma con la porticina spalancata.
Elementi questi sufficienti a convalidare la tesi del ritorno della fuggitiva alla casa paterna.
...che di altro, oramai, non si parlava in paese, se non di questo straordinario evento.
 La domenica s'era poi mostrata alla funzione della messa, con un'entrata scenografica e scioccante: il volto coperto da un velo di pizzo nero, una mano vestita da un guanto, e al guinzaglio un superbo alano bianco.
Nel silenzio più grande aveva percorso il tragitto fino all'altare maggiore, col cane che da lei non si discostava di un passo. Poi s'era sfilata quell'unico guanto e lo aveva gettato, con disprezzo, in faccia al prete.
Senza una parola s'era avviata verso l'uscita, e quando uno dei fedeli s'era interposto a sbarrarle la strada, il ringhio minaccioso del grosso cane lo aveva convinto a farsi da parte

sarà un fantasma.
forse lei...ma il cane no di certo. Aveva confermato, con un qualche nervosismo, il coraggioso che aveva tentato di sbarrarle il passo.
allora è davvero tornata!
tornata, e da dove?
dovremmo chiederlo al prete: i preti sanno sempre tutto.
oh si, loro sanno sempre tutto ma raccontano solo quello che gli pare.
e quel guanto in faccia...una sfida o un avvertimento?
un gesto così plateale può essere solo di sfida.
eh già, uno schiaffo pubblico a cui non ha reagito
reagire...reagire...si fa presto a dire, lo ha colto di sorpresa, cosa avrebbe dovuto fare?

Queste ed altre, le congetture che andavano maturando sul sagrato della chiesa, al termine della funzione espletata con una certa fretta, che il prete aveva saltato l'omelia domenicale e congedandosi con evidente premura, ad evitare qualsiasi spiegazione, s'era eclissato da una porta secondaria.


UN RACCONTO DESTINATO ALL'OBLIO
Spiegazioni che neppure gli anziani avrebbero saputo dare, che della sorte di Maria Verena sapevano solo ciò che alla famiglia era convenuto dire, senza altri riscontri se non le testimonianze mercenarie dei notabili dell'epoca, tra cui lo stesso prete.
Non c'era poi molto da ricordare se non che la famiglia poco dopo s'era trasferita in un imprecisato nord, e di loro non s'era saputo più nulla.
Una storia senza un vero inizio e una vera fine, e neppure una vera trama, che se la verità ufficiale era quella dell'entrata di Maria Verena in convento, altre verità ufficiose, relegate nell'ambito del sospetto, parevano essere più plausibili di quell'unica conclamata.
...e mentre i Valduga emigravano verso i loro possedimenti al nord, la polizia irrompeva tra le tende degli zingari giostrai per caricarli su camionette, anche queste dirette a nord, ma verso i campi di concentramento.
Neppure di loro si seppe più nulla.

Un racconto senza interpreti, né testimonianze, è destinato all'oblio
...e ancora più facilmente se nessuno, per le verifiche postume, si è assunto l'onere degli appunti: nomi, date, orari e luoghi.
Ci sarebbero allora state, all'occorrenza, conferme e non supposizioni, anziché il silenzio dei vuoti di memoria, reali oppure omertosi, che a piacimento si possono gestire in mancanza di riscontri.

AMNESIE. E MANIPOLAZIONI.
Dunque, Maria Verena era tornata, e il prete, invece, se ne era partito, adducendo la motivazione puerile di un grave problema di famiglia, come asseriva il foglio sul tavolo della canonica.
Ovviamente la sua partenza frettolosa aveva suscitato un vespaio d'illazioni perché era evidente che la motivazione di quella sua fuga era da collegarsi con la scena avvenuta la domenica in chiesa.
..e così gli occhi dei passanti andavano al balconcino, a quella presenza misteriosa che pure vi si affacciava a rendersi visibile, a sollecitare quegli sguardi e quei  pensieri, che da basso salivano fino a lei.
Intenzionalmente si concedeva alla loro curiosità, seppur attraverso una distanza siderale, un confine che nessuno avrebbe varcato per paura dell'ignoto.

La si vedeva incamminarsi su sentieri secondari, con lo splendido alano al guinzaglio e il viso schermato da una veletta. E sempre sola.
...anche se il circondario del suo palazzo era diventato luogo di pellegrinaggio, inesauribile fonte di curiosità ed illazioni, come la gabbietta, esposta al balcone, vuota ma fornita di cibo, che pure andava alimentando ipotesi straordinarie, come quella di un approdo per le anime dannate.
...e quel geranio, coi petali color di fiamma, che in così poco tempo s'era sviluppato come un'edera, tendendo verso il basso come la corda di un fuggitivo; e il basilico, un cespuglio che pervadeva l'aria col suo profumo stordente, ad ingarbugliare sensi e pensieri.

Nessuno ricordava più quella storia, che in quel tempo di guerra gli uomini adulti erano soldati al fronte o partigiani sulle montagne, e le donne intente alla propria sopravvivenza e a quella dei figli, avevano altro a cui pensare che non alla improvvisa scomparsa di Maria Verena, la cui vicenda non venne vissuta con l'attenzione morbosa che sempre caratterizza fatti del genere.
...e così la famiglia ebbe gioco facile per accreditare nell'opinione pubblica quella sua versione dei fatti (l'entrata in convento) supportata dalla complicità dei notabili, in primis dal prete, che aveva perfino inscenato una messa, in pompa magna, in onore di Maria Verena sposa di Dio.
E a render tutto più vero la famiglia, per solennizzare l'evento, aveva fatto dono alla comunità di pacchi di pasta, conserve e coperte.
Ad archiviare definitivamente il tutto, ci aveva pensato il capo della polizia con una retata avente la duplice funzione di ottemperare agli ordini del nuovo codice fascista sulle leggi razziali, che ascriveva tra gli impuri anche gli zingari, e cancellare in questo modo ogni possibile testimonianza riguardo la fuga di Maria Verena e Django. E soffocare lo scandalo.

ORSO
Ma pure ancora c'è qualcuno che ricorda, e ride dello scompiglio che la donna misteriosa ha generato nella fantasia dei paesani
...che neppure la cruda lezione della guerra è valsa a portare un barlume di ragionevolezza nel buio superstizioso delle loro menti, riflette Orso l'anarchico, il partigiano, il sopravvissuto. L'alcolizzato. Ingollando sorsate dalla fiasca che sorregge con la mano sinistra, che della destra è mutilato.

VERITA' E REALTA' NON SEMPRE SONO PRESENTI ALLO STESSO MOMENTO
Ma non è detto quello che a noi pare reale sia poi vero, perché non sempre realtà e verità sono presenti allo stesso momento

La donna al balcone aveva una frezza bianca sul lato destro della fronte: un particolare che tutti avevano notato, ma quanto bastante a confermare la sua identità?
...perché nessuno l'aveva più vista a viso scoperto, ma sempre schermata da una veletta.

Quell'apparizione un fatto, però, l'aveva prodotto: la fuga del prete..
Cosa l'aveva fatto scappare: il ritorno di un fantasma o un ritrovato senso di colpa?

Di certo, questi interrogativi, eccitavano la curiosità popolare verso una storia che, all'epoca dei fatti, non ne avevano scatenata alcuna.
Una vicenda circoscritta in un ambito famigliare davvero impenetrabile, che i Valduga, arroccati in quel loro palazzo, con le loro pretese di nobiltà, mai avevano tentato un'integrazione nel tessuto sociale, neppure di facciata.

Ma pure in quel palazzo così appartato, s'erano tessute trame, e stretto relazioni,che avrebbero poi influito, allo scoppio della guerra, sul destino di molti
...allo stesso modo che la morte prematura del giovane principe Giovanni Cuza Sigmaringen, era andata tragicamente ad impattare quello di Maria Verena

LA VERSIONE DI ORSO
Maria Verena Valduga, "la monaca" è morta sulle montagne dove s'era unita al nostro gruppo di partigiani.
e allora chi è la donna che abita il palazzo padronale?
e cosa volete ne sappia? forse il suo fantasma. Risponde Orso, beffardo

 ne hai di fantasia, Orso. Obietta una voce alle sue spalle
si chiama memoria, dottore, e se mi paghi da bere, ti racconto come sono andati i fatti, ma versa tu, per favore, che la mia mano trema così forte che pare abbia il parkinson

Eravamo in perlustrazione all'alba, io e Lupo, quando ci siamo imbattuti in due fuggiaschi, un uomo e una donna, lei zoppicava e lui la sosteneva, erano esausti e infreddoliti, non avevano cognizione del luogo e ancor meno della situazione in cui s'erano venuti a trovare, con me e Lupo che li fronteggiavamo armati. Li abbiamo portati al campo, non c'è stato neppure bisogno di legarli, erano talmente stremati che ci hanno seguito quasi con riconoscenza. Lei, la ragazza, è stata subito identificata, per via  di quella ciocca bianca, essere la figlia dei Valduga. Lui, invece, uno degli zingari sinti che s'erano accampati con le loro giostre all'entrata del paese. Non era una fuga d'amore, quella loro, ma più semplicemente lei non voleva entrare in convento e lui non voleva finire in un campo di concentramento. Avevano così concertato, per sfuggire ai rispettivi destini, di unirsi a noi partigiani. All'inizio non volevamo saperne di una donna nelle nostre fila, soprattutto di una come lei abituata agli agi e di famiglia fascista, ma poi si è rivelata essere all'altezza, così tanto che alla fine è stata arruolata nel gruppo di azione, avendo dimostrato di possedere un carattere determinato ed una mira infallibile. Doti che però non le hanno impedito di essere ironicamente ribattezzata con il nome di battaglia "la monaca", per via di quella balla, messa in giro dalla sua famiglia, di essere entrata in convento. In realtà era Django ad entrare tutte le notti nella sua tenda. Se quei due se la intendessero anche prima non saprei dirtelo, per noi non ha mai avuto importanza. Il loro stare in coppia  ha evitato, comunque, che la presenza di Maria Verena creasse scompiglio nel nostro gruppo di soli maschi. Django era un carattere solitario, un tipo irrequieto, portato all'azione, sempre in prima linea, di coraggio ne aveva da vendere, non ha parlato sotto tortura, e con lui si sono divertiti, non gli hanno risparmiato nulla, mai visto così tanto accanimento contro un essere umano.Versa ancora, dottore, che tutto questo parlare mi asciuga la gola. Maria Verena è morta sul campo, un tranello, è stato un massacro. Un tradimento da confessionale. Chiedetelo al prete quando torna. Se torna. Mille volte peggio, però, è andata a chi, come Django, è stato catturato. Siamo scampati solo io e Lupo, in missione di approvvigionamento. Abbiamo seppellito i morti e poi le nostre strade si sono divise.

questa è la tua versione, ma non c'è nessun altro, oltre te, a confermarla
ed io sono un alcolizzato, dilla tutta dottore, mi hanno mutilato di una mano ma non della memoria. Obietta, Orso, mostrandogli il moncherino
la mano me l'hanno strappata via un pezzo per volta... una cosa difficile da dimenticare
e allora chi è la donna che abita il palazzo dei Valduga?
la mia storia te l'ho raccontata... ora versa da bere.

SILENZIOSE TESTIMONIANZE
Sul balcone della casa dei Valduga fiorivano il geranio e il basilico, mentre la gabbietta vuota con la porticina spalancata, reiterava agli invisibili viandanti dell'aria, la sua ospitale offerta.
Questo era ciò che alzando lo sguardo si vedeva. Niente trapelava, invece, da dietro i vetri del buio interno della casa. Mentre era facile, però, di mattina presto, vedere Maria Verena, o chiunque altra fosse, al balconcino, intenta a spazzolarsi i capelli.

è una donna in carne e ossa
se ha messo in fuga il prete con tutte le sue protezioni altolocate, non può essere che un fantasma
di quali protezioni parli? quelle di Dio o del prefetto?
Orso dice che la figlia dei Valduga è morta partigiana
quello sarebbe disposto ad inventare qualunque storia in cambio di una bevuta
per come la vedo io racconta più verità lui da ubriaco che il prete da sobrio
ma pure se lei fosse un fantasma  non m'incute lo stesso terrore di mia moglie
E a quest'affermazione si scatena l'ilarità generale
eppure un modo ci sarebbe per accertarsi della verità, una verifica sul posto, quando lei non c'è...

ALLA RICERCA DELLA VERITA'
Questa proposta, bocciata dalla maggioranza come atto illegale lesivo della proprietà privata, era stata invece accolta con entusiasmo dalle solite teste calde, più per il gusto dell'avventura che per un doveroso riguardo nei confronti della verità
...e già s'era delineato un piano, molto semplice e all'apparenza privo di rischi, che per scassinare il portoncino d'entrata, corroso dal tempo e dalla ruggine, sarebbe stata sufficiente una piccola leva, per tutto il resto, invece, buona vista e agilità di gambe se la situazione fosse precipitata.

Qualcuno dei presenti aveva pur tentato di dissuaderli dal tentare l'impresa, ma a dir la verità con argomenti blandi e senza neppure troppo insistere

...così la donna era appena uscita col suo cane, che già il manipolo intrusivo s'era messo all'opera per forzare il portoncino d'ingresso, che pure facilmente s'era aperto su un interno completamente buio, e dopo aver imprecato sulla dimenticanza del supporto di una torcia elettrica che li avrebbe facilitati a salire la scala sconnessa che recava alle stanze del primo piano, dove faticosamente giunsero
... trovando l'accesso sbarrato da un corpo penzolante dal soffitto del ballatoio.

Il corpo di una donna, come testimoniava la lunga veste che dall'alto pendeva.

Ed eccoli gridare, a quello che faceva da palo, di chiamare soccorsi, che lì c'era il cadavere di una donna impiccata.
...e già un ragazzetto correva a perdifiato lungo la strada del commissariato mentre un drappello di volontari s'era posto all'inseguimento della donna, mentre il dottore, che pure era nei paraggi, prese il controllo dell'operazione, impedendo l'accesso ai curiosi per non inquinare la scena del delitto.

Non è una donna, è il prete, l'impiccato
Questa la verità emersa dall'oscurità del ballatoio.
Aveva tratto in inganno tonaca, nel buio scambiata per un abito da donna.

ecco dunque che fine ha fatto il prete!
mai partito, è sempre stato qui
lo ha ucciso lei!
con l'aiuto di un complice, che quello era un omone e da una donna avrebbe ben saputo difendersi
gli avrà teso un tranello, certe ne sanno una più del diavolo
ha fatto perdere le tracce, volatilizzata, aveva tutto programmato
eh si, non si sparisce così da un momento all'altro, qui c'è un piano ed un complice
ma il motivo di questo delitto?
una storia vecchia, di convento e di partigiani. Una vendetta

...o magari una giustizia. Interloquisce Orso
tu ne sai qualcosa, vero? magari c'è anche il tuo zampino!
a questo zampino  ti riferisci?
E, con una risata roca, mostra il moncherino
sono un invalido ed un ubriacone, non riesco nemmeno ad allacciarmi le scarpe... figurati uccidere un uomo
ma tu la conosci quella donna
è morta, sepolta in montagna con tutti gli altri partigiani
e allora basta scavare la tomba per confermare la tua verità
ho la memoria labile, conseguenza delle sbronze, perfino quando sono sobrio vedo insetti sulle pareti, non saprei dove condurvi
io scommetto di si, certe cose non si dimenticano, lo hai detto tu. La voce del dottore sovrasta le altre
ah, dottore, giungi sempre alle spalle alle spalle!
E di nuovo quella risata cupa, senza allegria
la verità, Orso, porterebbe giustizia anche nei confronti di quella donna, se un torto ha subito
la verità non ha mai portato giustizia, dottore, almeno per quello che mi riguarda e per quello che ho visto. Limitati a curare i corpi, che è il tuo mestiere, che a curare le anime ci pensano i preti. Conclude, scolando il bicchiere.

LE VERITA' SEPOLTE
Di  Maria Verena, o chiunque quella donna fosse, s'erano perse le tracce. La casa stessa sembrava essere sempre stata disabitata, con il mobilio coperto dai teli impolverati e le finestre sprangate.
...ma sul balconcino, però, erano rimasti a testimoniare della sua presenza, i vasi del geranio e del basilico, e la gabbietta vuota.

non può essere andata poi così lontano a piedi
avrà avuto un complice
che tempismo però, fuggita il giorno stesso del ritrovamento del cadavere dl prete
dici che qualcuno l'ha avvertita?
che altra spiegazione può esserci?
già...e neppure troppo difficile sospettare chi
Orso?
sicuramente!

Dopo un estenuante interrogatorio, l'ex partigiano, però, venne rilasciato, che nessun reato si poteva ascrivere a suo carico, seppure s'era maturata la convinzione che fosse lui quel potenziale complice, non lo si poteva accusare di nulla, neppure di non ricordare l'ubicazione della fossa comune dove aveva raccontato di aver sepolto, con l'ausilio di Lupo, Maria Verena e gli altri partigiani .
Lupo era morto ormai da anni, portandosi nella tomba le sue verità, e scavare l'intera montagna per dare conferma alla storia di Orso, era quanto meno impossibile.
...e quanto attendibili avrebbero potuto essere consideratele dichiarazioni di un testimone come lui, alcolista all'ultimo stadio, che nel corso dell'interrogatorio era caduto più volte in contraddizione, smentendo ciò che l'attimo prima aveva dichiarato?
Quanto intenzionalmente?
Incriminarlo per reticenza e depistaggio quando, invece, si puntava al favoreggiamento?
Ma era un osso duro, Orso, e il suo gioco aveva saputo condurlo
... e così, alla fine, venne rilasciato.

è un uomo intelligentissimo, commissario, quello sa come sono andate le cose, ma gioca la carta dell'ubriaco. Aveva asserito con convinzione il dottore parlando col commissario
ne sono certo anch'io, ma non abbiamo potuto muovergli nessuna accusa, almeno per ora, in attesa dei riscontri con le testimonianze di uno zio paterno di Maria Verena, che entrambi i genitori della donna sono morti .

DESTINI IN AGGUATO
Appena arrivato, e contro ogni aspettativa, il vecchio Valduga, zio paterno di Maria Verena, s'era da subito concesso alla curiosità pubblica, scendendo dalla lussuosa berlina con l'ausilio del bastone e dello chaffeur, per una sosta ristoratrice nella bettola di quel piccolo avamposto dove un tempo ci aveva vissuto da padrone e dove ora vi aveva fatto ritorno da forestiero.
Poi, era risalito in macchina, diretto alla volta del commissariato.

Un uomo dall'ossatura fragile e dal cuore impenetrabile: questa l'impressione che ne aveva ricavato il commissario, già dal primo scambio di battute.

...c'era stato quel progetto di matrimonio tra Maria Verena e il principe Giovanni Cuza Sigmaringen. Matrimonio combinato tra le due famiglie e conveniente per entrambe, che quell'unione avrebbe portato nuova ricchezza nelle casse esangui del casato principesco in cambio di quel tanto agognato titolo nobiliare, ambiziosamente perseguito dai Valduga. In prospettiva di quelle nozze s'erano strette relazioni d'affari e consolidate intese politiche, soprattutto in seno al nascente partito nazista tedesco, di cui il casato Sigmaringen era fervido sostenitore. Poi, a ribaltare i destini, c'era stata la morte prematura del principe Giovanni Cuza, promesso sposo di Maria Verena, che aveva prodotto nefaste conseguenze all'interno della sua stessa  famiglia, col suicidio della principessa madre e in seguito con la rottura dei rapporti coi parenti di lei, di tutt'altre vedute politiche. Ma l'intesa con la famiglia Valduga continuava ad essere stabile, addirittura il principe s'era proposto, con trattative ufficiose, a sposare lui stesso, ormai vedovo, Maria Verena.

...in realtà quella mia nipote è sempre stata una testa calda, ostinata e irragionevole, come possono esserlo le cosi dette ragazze moderne, che invece ai miei tempi, commissario, quando ero giovane io, si sottostava, senza discutere, alla volontà di Dio e a quella dei genitori. E proprio per far capire a Maria Verena questo principio che venne chiesto l'ausilio di padre Rigamonti, che molto si prodigò per il bene di tutti noi, ricevendo in cambio, da mia nipote, solo dileggio e  accuse infamanti, tra i quali quella di un tentativo di violenza carnale. Come si poteva credere proprio a lei che scappava di notte, nonostante i chiavistelli e i cani alle porte, per raggiungere il campo degli zingari e comportarsi come una donnaccia? Uno scandalo che a mala pena riuscimmo a contenere, seppur qualcosa alle orecchie del principe era pervenuto, e così di matrimonio non se ne parlò più, perché si sa che il dubbio scava fossati e distrugge reputazioni, e questo determinò una rottura fra le nostre famiglie perché il principe era un fervente hitleriano e lei s'era contaminata con gli impuri. Un piano ben orchestrato, da quella scapestrata, per far sfumare il matrimonio. Lei fuggì con uno di loro, ma a casa non viveva già più, che mio fratello l'aveva cacciata via, e neppure ha voluto si cercasse. La storia di Maria Verena in convento è stata un'idea di padre Rigamonti, per far zittire le malelingue. Di mia nipote non abbiamo voluto sapere più niente, a maggior ragione, quindi, non saprei dirvi se la donna vista nel nostro antico palazzo sia davvero lei o un'impostora.

c'è qualcuno pronto a giurare che Maria Verena s'era fatta partigiana e che sia stata uccisa poi in un agguato, e sepolta sulla montagna, in una fossa comune
Aggiunge il commissario, offrendo al vecchio una delle sue sigarette, cortesemente respinta
grazie, ma sono fedele alla presa di tabacco.
 Il vecchio cava di tasca una scatola d'argento da cui pizzica una piccola presa da fiutare
basta scavare per accertarsene, no?
il testimone non ricorda il luogo e non si può scavare un'intera montagna
per noi è morta tanti anni fa: una storia chiusa. Non l'abbiamo cercata allora, non intendiamo farlo adesso: lei non fa più parte della nostra famiglia. Vi ho raccontato tutto, non c'è altro. Spero solo che troviate l'assassino di padre Rigamonti, un uomo di Dio che ha sempre perseguito il bene.
E già gli porge la mano per accomiatarsi, quando il commissario lo ferma con un'ultima domanda
vi ricordate di Dante Cipriani, detto Orso?
no, commissario, mi spiace, non conosco nessuno con questo nome
non ricorda o non conosce?
non conosco
Gli stringe la mano ed esce.
Nel cortile la macchina lo attende col motore acceso.

UNO SQUARCIO SULLA VERITA'
Dall'accurata ispezione della casa non emerse nulla di rilevante: nessuna impronta, nessun indizio.

...come se ogni cosa, la dentro, non fosse stata neppure sfiorata. Un vero rompicapo
Confida perplesso il commissario al dottore

non crederà anche lei alla storia del fantasma?

certo che no! ma chi ha orchestrato il tutto sapeva il fatto suo. Abbiamo minuziosamente ispezionato anche il vaso del geranio e quello del basilico, e la gabbia per uccelli: oggetti comuni che non celano alcun segreto
Sospira, il poliziotto, accendendosi una sigaretta

quindi la loro funzione è solo simbolica. Nel linguaggio delle piante il geranio è la malinconia che aspira al conforto; il basilico, invece, tra le sue tante accezioni, ha anche quella del lutto. La gabbietta aperta, ovviamente, rappresenta la libertà.

un dottore esperto del linguaggio dei fiori: sono colpito!

mia madre era l'esperta, aveva un negozio di fiori e di ogni fiore ne conosceva i segreti
Sorride, il dottore, al ricordo

ho l'impressione che non caveremo un ragno dal buco, nessuno pare voglia davvero collaborare, neppure il vecchio Valduga, che sa molto di più di quello che ha detto...e in definitiva non ha aggiunto nulla di nuovo a quello che già si conosceva, tranne il particolare inedito che il principe Sigmaringen, rimasto vedovo, avrebbe sposato lui stesso Maria Verena, e questo ha scatenato la ribellione della ragazza fino a spingerla nel campo degli zingari giostrai e intraprendere la relazione con Django, in modo da far desistere il principe. E questa parte di storia perfettamente si collega con quella raccontata da Orso. Il prete, comunque, ha avuto un ruolo da protagonista in tutto questo, e oltre le sue stesse funzioni, se è vero che la ragazza lo aveva accusato di un tentativo di stupro. Ed è ancora lui il regista della messinscena della messa solenne celebrata per l'entrata in convento di Maria Verena, quando lei, invece, era già aggregata con i partigiani.
Fa il punto, il commissario

... e magari è anche responsabile dell'agguato in cui sono morti tutti i componenti la brigata partigiana.
Aggiunge il dottore

non tutti, Orso e Lupo sono scampati, e forse anche Maria Verena, della cui morte non abbiamo alcuna prova se non le dichiarazioni di Orso, che rimangono inattendibili senza un reale riscontro.
Ricapitolando: siamo al punto di partenza
Conclude, sconfortato il commissario

ma quale punto di partenza, la storia è delle più semplici da risolvere, vittima, colpevoli e motivazioni: tutto sotto i nostri occhi. Il fantasma è Maria Verena, che non è affatto morta come sostiene Orso, suo complice in questa storia. Il prete lo hanno ucciso insieme, da sola lei non ce l'avrebbe fatta, quello era un omone, mettergli un cappio al collo...no, non sarebbe stata impresa per una donna da sola. Quei due gli hanno teso un tranello. Ed è stato sempre Orso ad avvertirla dell'irruzione, così lei ha avuto tutto il tempo per eclissarsi, magari a bordo di una macchina...
Si ferma, il dottore, nel suo ragionamento, che la logica dei fatti si svela d'improvviso ad entrambi.

lo chauffeur!
Esclamano all'unisono

 anche lo zio è un complice! così pure si spiega l'inserimento nel racconto di quei particolari scabrosi come la proposta di matrimonio del principe Sigmaringen e del tentativo di stupro da parte del prete. Particolari da tener gelosamente nascosti per tutelare il nome dei Valduga, e la cui rivelazione spontanea getta una luce ancor più nefanda sulla famiglia e sul prete. Quei particolari, intenzionalmente raccontati, sono attenuanti per l'assassina. Maria Verena, dunque, un alleato in famiglia lo aveva.
E su questa considerazione il commissario batte un pugno sul tavolo

la mattina in cui è stato rinvenuto il cadavere del prete, lei si era già allontanata, nascosta da qualche parte ha atteso che lo zio venisse convocato dalla polizia per espletare le formalità del caso, per poi rivestire il ruolo dello chauffeur. Nessuno ha fatto caso all'insignificante autista, neppure quando il vecchio è sceso allo spaccio, concentrando tutta l'attenzione su di se. E' sempre stata qui, sotto i nostri occhi, visibile ed invisibile, a suo piacimento, interprete di una trama molto ben congegnata. Nella casa, dove comunque è avvenuto il delitto, lei non vi ha mai davvero soggiornato, è stata solo un'ingannevole scenografia, per distrarre con la storia del fantasma. Nascosta chissà dove, vi faceva ritorno prima dell'alba per mostrarsi al balconcino, poi usciva col cane su sentieri secondari, diretta in un qualche rifugio su quella montagna dove era stata partigiana, e di cui benissimo conosceva sentieri ed anfratti.
... e questo spiega anche la mancanza di tracce abitative all'interno della casa.

questo spiega tutto, direi. Non mi resta che riconvocare il vecchio Valduga per un nuovo interrogatorio dal quale non caverò nulla, e nel frattempo la nipote si sarà definitivamente eclissata, cosa in cui pare essere davvero molto esperta, dal momento che per decenni è riuscita a rendersi invisibile. Ovviamente interrogherò di nuovo anche Orso, che proseguirà nella sua magistrale interpretazione dell'alcolizzato amnesico. Continuerò, però, a cercare tracce che possano incastrare gli assassini alle loro responsabilità, che questo è il mio compito, seppure mi viene da dire che il prete aveva sulla coscienza molti più peccati di quelli di chi lo ha ucciso.
Sorride amaro, il commissario, su quest'ultima riflessione

LA FINE DELLA GUERRA 
Nel frattempo, Orso, s'era già  inerpicato verso l'anfratto mimetico che era stato un tempo rifugio partigiano e poi base d'appoggio per Maria Verena, da dove aveva portato a compimento la sua giustizia. Con cura, l'anarchico, aveva cancellato ogni traccia di quel soggiorno con un piccolo falò,  dove solo in ultimo, e con  molta riluttanza, si era risolto a bruciarvi anche il suo guanto destro, gemello dello stesso con cui Maria Verena aveva sfidato il prete.
Lo gettò nel fuoco, esitando, che a stringerlo gli pareva di sentire ancora il calore di quella sua mano mutilata
...e con  quello bruciò anche il suo passato, che mai avrebbe dimenticato, ma di cui pure s'era sentito prigioniero.
Per lui, la guerra, finiva quel giorno.