Il magico incantesimo delle parole sulle sue labbra e così anche l'assurdamente fantastico ha sembianza di un corpo e una dimora reale.

La dolcezza ipnotica della sua voce che sa raccontare con le pause e i silenzi, e gestire con maestria l'irruenza carnalissima delle immagini.

Sedurre, raccontando delle tumultuose e mutevoli umane passioni, di quando i desideri hanno seni di donna, occhi di tempesta e mani febbrili.

Stravolgere i teoremi, ingarbugliare le geometrie, contestare l' indubitale in una mirabolante apoteosi narrativa, pronta ad accettare la sfida di riuscire a catturare una stella fiammeggiante contro tutte quelle logiche che la stabiliscono inafferrabile, imprendibile.

Questa è la sua missione.

(L'affabulatrice - Amaranta)

sabato 15 ottobre 2016

Una donna in bianco e nero

CAPITOLO 1
Quando incontrò per la  prima volta Alejandro, Irene era nell'età favolosa dei 40 anni: un età che appieno le donava, anzi, nella sua tipologia fisica, addirittura risplendeva.
Alejandro di anni ne aveva invece 25, gli stessi che avrebbe potuto avere un suo ipotetico figlio semmai lei avesse deciso di metterlo al mondo durante la sua infernale vita matrimoniale, costellata di botte, di richieste di perdono e di assoluzioni.
Ma Irene, nonostante fosse succube di quell'amore vigliacco, aveva fatto in modo che la sciagurata eventualità di una gravidanza non s'avverasse,
Fu solo dopo che lui l'aveva quasi spedita al creatore che lei aveva trovato la forza di reagire, denunciarlo e spezzare finalmente quel legame mortale.
Nel suo petto, orrendamente fracassato, s'era fracassato anche il cuore.
Una volta divorziata s'era consacrata alla singlitudine.
Nessun uomo, da allora, l'aveva più toccata.
E questo, incredibilmente, aveva accresciuto il suo fascino: una donna inarrivabile.
Una donna superiore.
Irene, in base a questa supposizione, ci scherzava con le amiche che pure la spronavano a ritentare, che non tutti gli uomini sono uguali e che bisogna sempre dare una possibilità di riscatto a se stessi e agli altri.

Non ho tale esigenza.
Questa la sua risposta sintetica e conclusiva.
Gli occhi scurivano e la voce diventava amara.
Discorso chiuso.
Nessuna delle amiche, d'altronde, intendeva aprire ferite dolorose, come la dura cicatrice, dello spessore di una grossa chiusura lampo, che le percorreva la cassa torica, chiudendosi sul cuore.
Quel cuore ostinato che aveva continuato a battere tra le costole fratturate.

No, Irene non avrebbe concesso nessun'altra possibilità.
Neppure a se stessa.

Fino al giorno in cui incontrò Alejandro.
O meglio, si scontrò con Alejandro.

CAPITOLO 2
Quel pomeriggio di diluvio universale, un acquazzone apocalittico aveva sommerso l'intera città cogliendo tutti impreparati, automobilisti e pedoni e quell'unico ciclista che, per schivarla, era finito a terra, agganciandola, però, nella caduta.
Sotto quel diluvio biblico s'erano ritrovati soli, che nessuno s'era fermato a prestar loro soccorso, fradici d'acqua e con qualche escoriazione.

- Niente di rotto, signora? -
Aveva chiesto, con apprensione, una voce maschile.

Tutto quello che c'era da rompere è già stato rotto tanto tempo fa.
Aveva pensato, Irene, con una sorta di crudele ironia.

- Credo di no. -
Aveva risposto mentre maldestramente cercava di riconquistare la posizione eretta.

- L'aiuto ad alzarsi. -
Ma lei, bruscamente, aveva respinto le sue mani, rischiando di cadere di nuovo.

- Volevo solo aiutarla, mi spiace, con tutta quest'acqua non sono riuscito ad evitare di venirle addosso. Sicura di non essersi fatta troppo male? -

- Sicura. E' tutto ok -

 - Chiamerei un taxi, se ce ne fosse uno nei paraggi, per riaccompagnarla a casa, Ma credo che con quest'apocalisse non se ne trovino in giro e darle un passaggio con la bici non credo sia il caso. -


- No, non è il caso. Incidente chiuso. Fai attenzione, però, a non investire nessun'altro -

- Io sono Alejandro -
Aveva detto porgendole la mano.

- Io sono...terribilmente in ritardo. Scusami -
Quasi una fuga, quella sua, sotto la pioggia.


...ma al destino non si sfugge, aveva raccontato alle amiche di come Alejandro il giorno dopo se lo fosse trovato alla porta, con un sorriso largo e nelle mani il suo portadocumenti.

- Fuoriuscito dalla sua borsetta durante la caduta, non l'ho mica rubato -
Aveva precisato lui.

- Grazie per questa gentilezza. Scusami se non ti faccio entrare ma sono...-

- terribilmente in ritardo -
Aveva concluso, Alejandro, ridendo.

- Un giorno che non è troppo in ritardo, Irene, vorrei offrirle un caffè per farmi perdonare l'incidente di ieri. Mi sento in colpa, sono appena arrivato in città e ho già causato un guaio. Vorrei espiare -
Aveva detto ridendo.
Una risata spontanea. Contagiosa.

...al destino non si sfugge, soprattutto se ha un buon aroma di caffè, quello stesso che Alejandro personalmente le aveva recapitato, il mattino dopo, nella tazzina del bar.

- Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto...non deve farmi entrare, possiamo benissimo berlo anche qui sulle scale -
Detto fatto s'era seduto sul primo scalino dopo, però, aver aver cavato dalle tasche due brioche alquanto malconce.

Fu Irene, a quel punto, davanti all'espressione sinceramente mortificata di lui, a scoppiare a ridere.

Quel caffè fu il primo di tanti altri religiosamente consumati sulle scale, che era diventato per entrambi un rito, una scaramanzia di buon inizio giornata.
E col caffè il racconto ad episodi delle proprie vite.
Principalmente  era Alejandro che raccontava di sé: il suo amore per il cinema lo aveva condotto in Italia dove s'era laureato e dove sperava d'intraprendere la carriera di regista, anche se al momento i suoi sogni di gloria erano tutti in stand by, subordinati ad esigenze più immediate.

- Amo l'Italia, - le aveva detto una volta - una terra bellissima e dolorante, proprio come te, Irene. Non racconti nulla della tua vita, ma non hai bisogno di parole, sono i tuoi occhi a parlare. Quei tuoi fantastici occhi dove la luce si riflette ma non splende. E poi i tuoi silenzi...nessuna voce racconta più di un silenzio: le parole possono depistare, i silenzi no -

Lei non aveva risposto, ma si capiva che stava lottando contro le lacrime.

CAPITOLO 3
..ma al destino non si sfugge, come a quell'ipotesi di sentimento che andava sempre più fortificando, quello stesso a cui Irene con tanta cura nel corso della vita s'era negata.
E nel caso specifico, poi, tanti di più erano  i motivi per cui tirarsi ancora una volta indietro per recidere con decisione il groviglio emozionale nel quale sempre più si dibatteva.
Per non cedere s'era appellata a tutte le ragioni della logica e del buon senso, in primis il divario generazionale dell'età: Alejandro poteva essere suo figlio, anche se lei madre non era mai stata e mai lo sarebbe diventata, perché anche in questo campo gli anni non erano più dalla sua parte.

Sono in ritardo su ogni tipo d'amore, e farei bene a continuare a considerarlo, come ho fatto fino ad ora, una faccenda chiusa, Per il mio stesso bene.

E la mano, come d'abitudine, andava a sfiorare la grossa cicatrice che le attraversava il torace.
Non era un contatto facile, quello, a cui lei però stoicamente non si sottraeva.
La grossolana dentellatura di quella ferita rappresentava la prova materiale della sua sopravvivenza.
Sopravvivenza, appunto. E niente altro.

Una donna in bianco e nero, così una volta l'aveva definita Alejandro.

Il perché lei non glielo aveva chiesto, ma dopo era rimasta ad elucubrare sul significato possibile di quella frase. Non glielo aveva chiesto per paura che trapelasse, da parte di lui, una qualche negatività nei suoi confronti. Sapeva bene di non essere una frequentazione facile, di non parlare molto e di essere sempre sulla difensiva. Ridere, però, con lui le riusciva facile. Ridere in quel modo complice era come fare l'amore. Avrebbe voluto dirglielo che lei non rideva con chiunque (una volta, durante la sua vita coniugale, una risata inopportuna le aveva fruttato un bel po di botte, da allora non s'era più arrischiata a ridere, attendeva che lo facesse prima lui, una specie di segnale di via libera con cui gli veniva concessa la partecipazione), ma con Alejandro era piacevole lasciarsi andare. Ridere con lui non era liberatorio  ma genuina spensieratezza. Ogni risata, per lei, equivaleva ad un bacio
 Lo aveva baciato nel suo cuore tutte le volte che l'aveva fatta ridere: ma questo non poteva dirglielo.
Una cosa impossibile da capire a chi bacia solo con la bocca.

...eppoi, invece, era accaduto. Un bacio vero. Un bacio di labbra.

- Un bacio da film -
S'era schernita Irene.

- Un bacio da innamorati -
Aveva ribadito Alejandro


...ma al destino non si sfugge, quel destino, nella visione delle amiche, desolante verso cui lei si stava incamminando con l'incoscienza e la spavalderia di un'adolescente, partendo per di più con lo svantaggio incolmabile di quell'enorme differenza di anni. Nulla di male se la vivi come un'avventura, ma non innamorartene. Soffrirai di nuovo e, stavolta, te la saresti proprio cercata. Sei ancora molto bella, ma gli anni passano, non sprecarli dietro un amore con scadenza a breve termine. Ti ritroverai di nuovo sola.

Ma come far capire loro che quell'amore l'aveva scongelata nell'anima, scaldata nei sensi, consolata  nella testa.
Restituita nuova, non al giudizio del mondo, ma a quello di se stessa.
Che non le importava della solitudine futura se il presente era fatto di risate e di baci.
Che poi di baci c'era stato solo quello, ma ce ne sarebbero potuti essere altri, anche se fortemente dubitava di riuscire ad andare oltre, a trovare il coraggio di mostrare nudi il suo corpo e il suo cuore martoriati.
Perché corpo e cuore erano indivisibili, così strettamente uniti dalla cerniera lampo della cicatrice.

E lui era così giovane, affamato di tutte le cose belle che la vita, a piene mani, gli andava offrendo, mentre lei, invece, avrebbe rappresentato solo la testimonianza di una realtà crudele.
Quel lato oscuro dell'amore, che amore non è.
Così tra tutte quelle cose belle a lui riservate,  lei sarebbe emersa come la bruttura, la deformazione, la cicatrice, il dolore, E questo non voleva che accadesse.
Si sarebbe tirata indietro affinché Alejandro la ricordasse come la misteriosa donna in bianco e nero incontrata in un pomeriggio di pioggia e che gli aveva donato quell'unico bacio che aveva dentro, però, tutti i colori dell'amore.

Quella mattina, attraverso la porta chiusa, gli aveva detto: non posso, perdonami.
Era riuscita a pronunciare quell'addio con gli asciutti e la voce ferma, anche se dentro tremava.

Non lo sai, ma  ti ho baciato nel mio cuore tutte le volte che mi hai fatto ridere. Non te l'ho mai detto perché è una cosa impossibile da capire per chi bacia solo con la bocca
Avrebbe voluto dirgli anche questo.
Ma non glielo disse.

venerdì 22 luglio 2016

Biografia di una sognatrice di talento


CAPITOLO 1
Come per migliaia di altre storie anche questa di Delia nasce per fortuito caso dalla distrazione di una virgola che avrebbe dovuto, invece, all'interno di una corretta punteggiatura,  esser punto.
O meglio, quella virgola, in origine, era un punto nato con un sottile sbafo che fuoriusciva dal rigo, ingannevole alla vista, così da esser scambiato per una virgola, segno ortografico che anziché chiudere un discorso lo prosegue.
Senza quello sbafo, sarebbe potuta essere, questa di Delia, una storia da raccontarsi in un unico paragrafo, senza punto a capo né asterischi di richiamo.
Una biografia coincisa, dal nastro rosa annunciante la sua nascita al serto dei lillà annuncianti la sua morte, e incastonata fra i due eventi una storia di rose e di spine, così come ce ne sono, appunto, altre migliaia.
... se non ci fosse stato, a farla emergere, quel punto col codino.

Delia era nata graziosa, armoniosa e minuta, ma potente sognatrice.
E, in questo, talentuosa.

I suoi sogni li ricamava all'uncinetto, preziosi capolavori amanuensi di pazienza e dedizione, che un giorno andarono ad adornare l'altare maggiore dell'antica basilica della piccola città dove viveva, come ex voto a Sant'Anna Madre della Vergine Maria, come ringraziamento per averla miracolata, poco più che adolescente, da una meningite fulminante.
Ed è proprio nell'estremità ricurva dell'uncinetto che materialmente si può constatare la trasformazione del punto in virgola, che altrimenti la storia, se non ci fosse stato quell'uncino, si sarebbe subito chiusa con null'altro da raccontare.
Ma il miracolo, decretato all'unisono dalle eminenze religiose e da quelle scientifiche, per una volta tanto straordinariamente concordanti, aveva permesso il prosieguo della storia trasformando la fine in un inizio, con la realizzazione di una candida tovaglia impreziosita dalle balze multiple di finissimo merletto simile ad un respiro di nube posto sotto i piedini scalzi della statua di Sant'Anna, cosicché quasi ci si aspettava di vederla involarsi, da un momento all'altro, verso il  lucernario per raggiungere il cielo.

Il candore fosforescente del prezioso merletto, esaltato dalla luce solenne dei lampadari e dal bagliore delle centinaia di candele accese, non passò inosservato agli occhi della giovane sposa genuflessa ai piedi dell'altare, incantata dalla trama del complicato, perfettissimo arabesco, al paragone del quale il lussuoso pizzo del suo velo pareva assai modesto e dozzinale. .
Quali mani, se non quella di una fata, o di un angelo, avevano potuto realizzare un simile capolavoro?

Questo punto interrogativo. che se lo immaginiamo capovolto ci possiamo ravvedere l'estremità ricurva dell'uncinetto, e di nuovo a ribadire la metafora del punto trasformato in virgola, ad aggiungere capitoli alla storia di Delia che nel frattempo, grata di questa sua resurrezione, andava valutando l'ipotesi di una vita monastica, nonostante il parere contrario dei genitori che vivevano l'idea della loro unica figlia come la scelta inconsapevole di una morte, seppur sotto altra forma.
Non meno dolorosa, per loro, di quella che sarebbe stata per meningite, e con l'aggravante aggiuntiva di non aver fatto nulla per scongiurarla, avendo anche le mani legate e le bocche imbavagliate dal recente miracolo, che sarebbe stato un paradosso pregare la stessa Sant'Anna di attenuare, a loro egoistico vantaggio, quello di un ripensamento.
Si peccherebbe d'ingratitudine.
Peccato mortale per le persone dabbene.

...se non fosse che anche lo scampare, grazie ad un miracolo, alla morte per meningite e deliberatamente scegliere la morte claustrale, anche questa è ingratitudine!
Imperdonabile mancanza di rispetto verso la Santa che pur, generosamente, s'è prodigata di non chiamarla a sé.

Ecco finalmente l'appiglio che s'andava cercando, l'argomentazione per far valere le proprie ragioni senza venir tacciati d'ingratitudine nei confronti della divina artefice della restituzione in vita di quell'adorata, unica  figlia.

E  così nella sovrabbondanza dei puntini sospensivi che gravano sul destino di Delia, prepotente emerge questo punto esclamativo, che qui si pone soprattutto come affermativo di una solida verità circostanziale, enunciante un sofisma impossibile da controbattere.
Quel punto interrogativo che paradossalmente avrebbe potuto sollecitare un interrogativo.
E cambiare i destini della storia.

CAPITOLO 2
Ma non era stato quel sofisma a far ricredere Delia sulla bontà della sua vocazione monastica piuttosto la vista dell'altare maggiore spogliato del suo splendido merletto, al cui posto ora campeggiava una tovaglia molto bella, ma non così bella come quella da lei confezionata.
Quella sostituzione l'aveva profondamente umiliata. 
Il suo lino, dunque, non era più ritenuto degno da meritare il posto d'onore?
In quel piccolo capolavoro all'uncinetto, Delia aveva profuso tutta la devozione della sua anima ancora giovane ed incorrotta, in gloria di S. Anna che l'aveva strappata alla morte, regalando alla Santa, elaborati nei fili della seta, i suoi sogni ancora vergini, ancora tutti intatti: quelli di una bambina che immagina la vita  come un prato colmo di margherite e un cielo aleggiante di farfalle.
 Seppur Delia nel lungo periodo della convalescenza si era ritrovata ad esplorare prati aridi e cieli desolati, e la sua visione della vita s'era andata evolvendo in immagini sempre più in chiaroscuro, dopo aver visto il cielo diventare all'improvviso buio e gravarle addosso così pesante da farla sprofondare in quel suo minuscolo prato di margherite, aveva voluto regalare alla Santa il suo ultimo sogno infantile, quello col quale s'era addormentata prima che il coma trasformasse quel paesaggio fiabesco in apocalittico.
Per un anno intero s'era dedicata a tessere all'uncinetto quella splendida tovaglia, un capolavoro liberty tempestato di ghirigori, motivi floreali e minuzie d'arabesco: un lavoro minuto, certosino, da esperto maestro orafo anziché da apprendista merlettaia.
Ci si era consumata gli occhi su quella trama così elaborata, che pur sembrava avesse riscosso enorme apprezzamento, cosicché più che giustificata era la sua delusione per quella inaspettata rimozione.

Attenta, Delia, stai peccando di superbia e vanagloria.
Ripeteva a se stessa per ridimensionare l'accaduto e renderselo meno amaro, convenendo che comunque di una spiegazione aveva pur bisogno tanto per mettersi il cuore in pace e chissà, forse, trarne perfino motivo di gioia.
Così rasserenata, Delia, varcò la soglia della basilica ben disposta ad accettare quelle motivazioni che lei, preventivamente, immaginava giuste e indiscutibili.

Il sacerdote, ancora vestito coi paramenti della messa appena terminata, dava mostra di essere di gran fretta e non troppo contento della presenza della piccola, riccioluta Delia che, con un sorriso timido, gli andava chiedendo, appunto, spiegazioni riguardo la destinazione ultima del suo ex voto.

- Un dono, una volta dato, non ci appartiene più, e quel che se ne fa non ci riguarda -
Borbottò, quello, senza neppure guardarla in faccia.

- Ma io non lo rivoglio indietro, vorrei solo sapere perché non è più al suo posto -
Obiettò lei davvero sorpresa di quel modo di fare che mai si sarebbe aspettata.

- Il suo posto...il suo posto. Chi lo ha deciso che quello fosse il suo posto? Tu? Pecchi di superbia a pensarla in questo modo, e oltraggi la Santa che pur ti ha miracolata. Per quanto bello quel tuo lino è pur sempre e solo un oggetto, una cosa a cui tu, stoltamente, stai attribuendo valore di sacralità.  -
Il tono di voce del sacerdote oscillava tra il perentorio ed il rancoroso, di quelli che non ammettono repliche, e che la spiegazione la si accetti o meno, quella è. E basta -

Delia, sentendosi profondamente umiliata e volutamente fraintesa (di questo era certa, che il prete le si era dimostrato da subito ostile) aveva desistito dall'esigere quelle spiegazioni che, comunque, aveva capito non le sarebbero state date, s'accingeva a lasciar la basilica, quando una donna, una sconosciuta, con il capo velato, materializzandosi dall'ombra, le si era affiancata e con voce bassa, ma chiarissima, le aveva detto: io so come sono andate le cose.

- Il tuo ex voto è stato venduto a una giovane, facoltosa signora, che proprio il giorno delle sue nozze adornava l'altare maggiore. Se ne è innamorata e, sborsando una cifra generosissima, lo ha comprato. La storia è tutta qui. Trai tu le conclusioni...Delia -

A sentir pronunciare il suo nome, Delia, istintivamente aveva alzato gli occhi a penetrare il cono d'ombra che nascondeva il volto della donna, ma quello che riuscì a vedere furono solo due occhi scuri e una fronte candida.

- Mi conosci? -
Aveva chiesto stupita

- Ti conosco, Delia, e so quanto è grande e puro il tuo cuore. Per questo ho voluto tu sapessi la verità e, sulla base di questa, valutassi le scelte per il tuo futuro. Le tue mani sanno tessere sogni e questo è un dono di cui dovrebbe gioirne il mondo intero e non essere appannaggio esclusivo di nessuno, neppure di una santa. Le cose belle devono appartenere a tutti e non solo ha chi ha potere e denaro. La tua stessa storia lo dimostra. Il tuo ex voto dalla penombra della basilica s'è involato nell'ombra ancora più impenetrabile di una stanza privata, forse ad adornare un tavolo di pregio o la testiera antica di un letto. Per impedire che questo accada di nuovo, Delia, devi spargere la tua arte, come fosse seme di margherita, ai quattro angoli del mondo, affinché prolifichi anche nei terreni più aridi, laddove c'è troppo o niente sole. Distribuiscila a piene mani, perché è della bellezza che il mondo necessita. Fanne soprattutto dono agli emarginati, ai disperati, ai naufraghi: sono loro che hanno più bisogno della bellezza della tua arte per avere la possibilità di una resurrezione. Sarai viaggiatrice instancabile, nomade quando occorre, cittadina del mondo, avanguardia degli invisibili. E' nell'aria aperta che prolificano i pollini che ingravidano la terra, e non dentro la cella chiusa di un convento Entrambe abbiamo un compito d'assolvere a cui non possiamo sottrarci: il mio è quello di resuscitare i morti, il tuo di resuscitare i vivi. E il tuo, Delia, è senz'altro il più difficile -

PUNTO FINALE
Punto finale a sancire la conclusione della storia, dopo questo inaspettato, ed alquanto rivoluzionario suggerimento, impartito in modalità viva voce, da Sant'Anna (che scopriamo esser donna emancipata, pragmatica ed anticonformista) alla giovane Delia, che l'ascolta stupita, lusingata dagli apprezzamenti ed emozionata da tutta quest'attenzione a lei benignamente riservata quasi a volerla risarcire dall'odiosa, e niente affatto cristiana, grettezza, dimostrata dal prete pusillanime, che pur ha fatto mercimonio di un bene che non gli apparteneva e trasformato un luogo sacro in un bazar (episodio, questo, che si ripete spesso nelle cronache della Chiesa, del passato come in quelle del presente).
Così, sovente accade che ai guai causati da un uomo sia una donna a porvi rimedio.
E non è forse ciò che è accaduto anche in questa storia?

INCISO A PIE' PAGINA
Delia ha seguito il consiglio di Sant'Anna, i suoi merletti, ambiti capolavori in seta, adornano chiese, musei, i palazzi reali e quelli statali, vestono regine, rock star e madonne, e per queste sue opere l'artista sempre chiede il pagamento in mattoni, per costruire case per gli orfani, ospizi per i vecchi, strutture di accoglienza per gli emarginati, i disperati e i naufraghi, perché sono quelli, nel vasto mondo, che più necessitano della bellezza della sua arte, per avere la possibilità di una resurrezione.
...perché la speranza, per sopravvivere, ha bisogno del riparo di un tetto e di un pasto caldo.

mercoledì 9 marzo 2016

HeyJoe





Camminavano vicini, EhyJoe e Mattew, sulla strada a quell'ora deserta, inondata dal sole.
Mattew indossava un cappellino dei Chicago Bulls, scolorito e troppo grande per la sua testa, e in bilico sul naso, occhiali Ray Ban, dietro cui scompariva metà della faccia.
HeyJoe, il gatto di casa, lo seguiva trotterellando, adattando il suo passo a quello di Mattew.

Sulla strada non c'era anima viva, cosicché i due camminavano, all'apparenza fieramente spavaldi, proprio al suo centro, entrambi con l'aria agguerrita di chi è pronto a sfidare il mondo.
Mattew, in verità, ogni tanto si voltava indietro come chi teme, o spera, di esser seguito, e forse si sarebbe potuta leggere una certa delusione nei suoi occhi, semmai fosse stato possibile catturarne lo sguardo, realizzando che non c'erano altri, nel raggio di mille miglia, oltre lui e EhyJoe.
E allora accelerava il passo, guardando dritto davanti a sé e, se non fosse stato per il sussulto del  pomo d'adamo a smentire il cipiglio fiero, si sarebbe potuto immaginare, che nella sua piccola persona, fosse incorso una strenua lotta per ricacciare indietro le lacrime.
Oltretutto, per esperienza personale, Mattew sapeva che le lacrime ingarbugliano la vista, danno origine a miraggi, materializzano fantasmi, e rendono baluginante ed impraticabile anche la strada più sicura, meglio, quindi, evitarle.
Calcò la visiera del cappello ancor più sugli occhi, ben determinato a percorrere tutto il sentiero fino alla sua fine e, seppur non ne conosceva l'estensione, immaginava che prima o poi una fine ci sarebbe stata,
Non gli importava quante ore, quanti giorni, quanti mesi, o addirittura anni, ci avrebbe messo  a raggiungere quella meta, di cui nulla sapeva ma fantasticava favolosa, anzi di più, miracolosa, che di tempo ne aveva, una vita ancora tutta intera, seppur sbocconcellata, qua e la, come una mela acerba assaggiata prima della maturazione.

EhyJoe lo seguiva paziente, anche se avrebbe preferito continuare la siesta nella frescura del patio, al riparo del sole e dall'abbaiare dei cani che, quel pomeriggio, s'erano rivelati più molesti del solito., in aggiunta ad uno straordinario viavai di amici e parenti che, a quanto gli era dato sapere, non era domenica né altra festa, nessun barbecue a sfrigolare allegramente in cortile, né festosa baldoria di tavoli apparecchiati.
Eppoi il comportamento stravagante di Mattew, apparso d'improvviso sulla soglia, con quel cappello  e gli occhiali troppo grandi, in fuga da chissà chi o chissà cosa, e nessun invito a seguirlo, per la prima volta deliberatamente ignorato, lasciato fuori da quella nuova, misteriosa avventura, cosicché s'era sentito in dovere di seguirlo per sincerarsi che non si sarebbe cacciato in guai troppo seri.
Nei guai ci si finiva in due, mai da soli: questo il patto stabilito che EhyJoe non avrebbe mai violato.
Mattew lo aveva protetto in più di un occasione, anzi, a dirla tutta, s'era assunto spesso la responsabilità della sua irruenza felina, finendo tante volte in punizione al posto suo.
D'altra parte, EhyJoe, il suo amico non lo avrebbe mollato per nulla al mondo, e scontare il castigo in due s'era rivelato non esser poi così tanto male.
Correva veloce Mattew, ma lui non ci aveva messo molto a raggiungerlo e, silenziosamente s'era posto al suo fianco: qualunque cosa stesse accadendo lui ci sarebbe stato.


I due procedevano affiancati lungo la strada calda e deserta: Mattew concentrato sul suo misterioso problema, HeyJoe,  attento e quieto complice.
...poi, a rompere tutto quel silenzio, il rumore affannato del motore dell'auto del papà di Mattew, che sembrava sempre sul punto di tirar le cuoia, ma alla parola "rottamazione", ecco che magicamente ripartiva alla grande, sicché "rottamazione" aveva assunto la stessa valenza dell'"abracadabra" e dell' "apriti sesamo" delle fiabe.
"Rottamazione", di certo  doveva essere una parola magica se era in grado di resuscitare un auto che è solo metallo sprovvisto di udito, avrebbe compiuto lo stesso miracolo nei confronti del nonno.
Che stupido, pensò Mattew, cercar lontano una soluzione quando, invece, è a portata di mano.
"Rottamazione", pronunciata a voce alta e con convincimento, avrebbe restituito la vita al nonno.
"Rottamazione" era l'espediente che avrebbe risolto ogni cosa.
Perché nessuno, nemmeno il papà, ci aveva pensato?

- Ciao Mattew -
- Ciao papà -
-Vedo che indossi il berretto e gli occhiali del nonno: ottimo. Sono entrambi utili a contrastare il caldo. E, oggi, ce n'è a sufficienza per tutto il resto dell'anno. Sei diretto in qualche luogo preciso? Lo vuoi un passaggio? Credo che HeyJoe lo accetterebbe volentieri visto che lui è sprovvisto di  cappellino ed occhiali e la strada sembra bella calda -
- HeyJoe, se vuole, può accettarlo il tuo passaggio -
- Dubito che lo faccia senza di te. -
- Faccia quello che vuole -
- Beh, non sei generoso nei suoi confronti. Lui si è rivelato essere un buon amico per te, ti vuole bene, ed anche ora te lo sta dimostrando. Che ti sta accadendo, Mattew? -
- Il nonno mi voleva bene, ma tu l'hai lasciato morire. Sono sicuro che morirà anche HeyJoe, e tu non farai nulla nemmeno per lui. Tu vuoi bene solo a questa tua stupidissima macchina -

In preda alla violenza della propria emozione, Mattew iniziò a sferrar calci alla portiera dell'auto.
I calci non erano lacrime ma sortivano lo stesso effetto di svuotamento.
Di sfinimento.
...per ritrovarsi, alla fine esausto, senza più rabbia, tra le braccia del padre.

- Perché non l'hai pronunciata anche per il nonno la parola magica con la quale riesci a far ripartire la tua auto?  "Rottamazione": e il nonno non sarebbe morto -
- Mattew, nessuna formula avrebbe riportato in vita il nonno. Se fosse stato possibile pensi che non l'avrei fatto?  "Rottamazione" con la nostra auto funziona perché è un gioco che ho inventato io per farti ridere. Ti ricordi la prima volta che l'ho pronunciata? La macchina stentava a mettersi in moto ed io, per sollecitarla, ho detto "rottamazione" e lei è subito ripartita. Quella è stata pura fatalità, ma dal momento che la cosa ti ha così tanto divertito io l'ho trasformata in un gioco. Ero io a togliere giri al motore per poi farlo di nuovo ingranare. Sapevo che tu aspettavi il momento delle bizze dell'auto e della mia collera divertita. "Rottamazione" io la pronunciavo a voce alta ed in tono perentorio, e so che anche tu, dal sedile posteriore, la sussurravi. Vedevo, dallo specchietto, le tue labbra muoversi e subito dopo avveniva la magia, e tu scoppiavi a ridere. Non ha nulla che non va la nostra macchina: era solo uno scherzo. Volevo bene al nonno, Mattew , quanto gliene volevi tu. Lui era mio padre. Abbiamo fatto tante cose insieme, esattamente come facciamo noi. Ecco, solo che a me non ha mai potuto regalare un gatto come HeyJoe, perché nel condominio dove abitavamo era vietato tenere animali. Ma sai una cosa? Credo che anche a me avrebbe suggerito di chiamarlo HeyJoe, ed io lo avrei accontentato. E' proprio un bel nome, sai? Eppoi c'è tutta una storia su quel nome. Se vuoi te la racconto. Lo avrebbe fatto anche il nonno, ma non ne ha avuto il tempo. Voleva solo aspettare che tu fossi un pochino più grande per apprezzare davvero questo suo regalo -

Il papà, Mattew ed HeyJoe, s'erano intanto seduti nell'auto "chenonhanientechenonva", per trovare riparo dalla calura insopportabile e fare insieme il punto della situazione.
Oltreché ascoltare quella importante rivelazione che strettamente riguardava HeyJoe e il nonno.

- Non voglio illuderti, Mattew, il nonno è andato via per sempre o, almeno, fino al giorno in cui non ci sarà dato incontrarlo di nuovo. Sentirai la sua mancanza e farà male. Ma questo star  male ti farà crescere e diventerai più forte. Ci saranno, nel corso degli anni futuri, altre assenze nella tua vita, e nessuna formula magica ad impedire che avvengano. Ma nessuno di chi ti ha voluto bene andrà mai via senza lasciarti nulla che te lo ricordi, un pezzettino tangibile di quell'amore così grande che niente e nessuno potrà mai toglierti. E' tutto chiaro fin qui, Mattew? -

- Non è giusto però, papà, che le persone che ci vogliono bene debbano morire. Questa proprio non la capisco. Sono quelli cattivi che dovrebbero morire, non il nonno -
- Si deve morire per far spazio agli altri che arriveranno dopo di noi. Però a tutti è dato il tempo sufficiente per gioire, amare, entusiasmarsi e condividere. E questa è una gran cosa, Mattew, davvero una magnifica possibilità. E il nonno l'ha sfruttata tutta e al meglio. Dobbiamo impegnarci a farlo anche noi. Insomma, è questo il compito che ci è stato assegnato: essere felici e far felici chi amiamo. E tu, Mattew, lo stai facendo benissimo. Fai felice un sacco di gente: me, la mamma, gli zii, la maestra, i tuoi compagni di scuola, davvero tante persone. E poi anche HeyJoe. Non t'importa più di lui? -

 Sentendosi tirato in ballo, HeyJoe s'era prodigato a dare il suo contributo in fusa, affettuose e dolenti al contempo. Fusa misurate, così come il momento richiedeva, ma partecipate e solidali, che quel lutto aveva colpito anche lui. Era stato proprio il nonno, in un tardo pomeriggio autunnale, a raccogliere il cucciolo, bagnato ed affamato, che vagava impaurito sotto la pioggia battente, lungo quella stessa strada dove ora erano parcheggiati.
- HeyJoe, dove te ne vai? Scommetto che con questo tempaccio un passaggio lo accetti volentieri. Dai, salta su -
Il nonno aveva spalancato la portiera della sua auto e quella della sua vita: HeyJoe era salito a bordo e non ne era più disceso.

- Sai, Mattew, HeyJoe avrebbe potuto chiamarsi con mille altri nomi, sarebbe sempre stato un gatto magnifico come lo è ora, ma il nonno ha voluto renderlo unico omaggiandolo di un nome strano e che forse nessun'altro in tutto il mondo possiede. Il nonno diceva che il nome, nella vita di ognuno di noi, riveste un'importanza fondamentale poiché sarà quello che ti porterai dietro per tutta la vita, con cui verrai identificato. Amato o odiato, amava soggiungere, poi, con grande saggezza. Hey Joe è il titolo di una canzone che il nonno amava molto e Jimi Hendrix il nome del cantante che l'ha resa famosa. Il nonno era un fan appassionato di Hendrix, aveva tutti i suoi dischi e, quando poteva, non si perdeva un concerto. Una volta lui e Jimi si sono perfino parlati...non una vera conversazione piuttosto uno scambio di sorrisi, come quando si ha un' intesa e non c'è bisogno di parole. Il nonno, non trovando i biglietti per assistere all'esibizione del suo idolo,  s'era fatto assumere come uomo delle pulizie nel locale dove Hendrix si sarebbe esibito, e dopo che il concerto ebbe termine, e il locale s'era svuotato, il nonno aveva iniziato a dar entusiasticamente di ramazza sotto il palchetto dove s'era svolta l'esibizione canticchiando "Hey Joe", quando una voce s'era aggiunta a fargli da contro canto e, indovina un pò di chi era quelle voce? Proprio quella del grande Hendrix che era tornato a riprendersi la sua Fender Stratocaster, la sua leggendaria chitarra elettrica. Hendrix sul palco, e il nonno sotto, che cantano insieme "Hey Joe" e poi, Jimi che scende e gli sorride e gli dà una pacca sulla spalla e gli strizza l'occhio mentre s'allontana. Il nonno, se avesse avuto solo un pochino più di tempo per stare con te, ti avrebbe raccontato questa storia con la voce un pò tremante, che dopo tanti anni ancora il ricordo lo emozionava. E così svelato il mistero del nome di HeyJoe che avrebbe benissimo potuto chiamarsi Hendrix o Jimi, o in qualsiasi altro modo, ma pensaci Mattew, quanti al mondo tra felini e umani si chiamano Hendrix o Jimi? Un numero enorme. E quanti, invece, HeyJoe? Di HeyJoe sull'intero pianeta, puoi scommetterci, c'è solo lui, così come di Hendrix ce ne è stato uno solo e di nonno anche, perché seppur siamo in tanti, e dobbiamo andarcene per far posto a tutti quelli che verranno, ognuno di noi è unico ed irripetibile. Il nonno diceva che il nome è un dettaglio importante perché è con quello che veniamo identificati, amati oppure odiati. Ma il nome da solo non basta, siamo noi che possiamo accrescerlo, nel corso della nostra vita, di gloria o di vergogna. Cosa ne pensi? Mi pare che sia una gran bella storia questa del nonno e di Hendrix, -

- E' una bella storia anche per HeyJoe, papà. Il nonno gli voleva bene. -
- Un gran bene, per questo te lo ha affidato, sapendo che tu ne avresti avuto particolare cura, proprio come avrebbe fatto egli stesso. Vedi, Mattew, il nonno, chiamando questo micino HeyJoe, ti ha regalato anche un pezzetto del suo cuore, quell'angolino dove, ancora dopo tanti anni, custodiva con intatta tenerezza l'emozione esclusiva di quel momento. Il nonno lo avrai sempre vicino, Mattew, se saprai custodire il su ricordo in qualche parte del tuo cuore, anche se ora, e per tanto tempo ancora, sentirai insopportabile la sua mancanza. Non voglio ingannarti e dirti che sarà facile, ma fuggire non servirà a lenire il dolore, che possiamo, invece, condividere, e questo ci farà sentire meno soli e più forti. Tu che ne pensi, HeyJoe? -

Il gatto, acciambellato sulle gambe di Mattew, s'era limitato ad un neutro miagolio col quale si rimetteva alla decisione del padroncino: se occorreva l'avrebbe seguito fino in capo al mondo anche se così avrebbe dovuto rinunciare agli agi della casa, e a quelli del patio, su cui godeva l'indiscusso dominio. Ma, qualunque decisione avrebbe preso Mattew, lui l'avrebbe fatta sua.

Istintivamente la mano di Mattew era scesa ad accarezzare il collo di HeyJoe che, grato, lo andava ricambiando con leccatine e sottofondo di fusa. S'era attardata, la mano del bambino, nel folto pelo  del gatto, attingendone rassicurante calore. Quella nota di  rasserenante benessere che gli ricordava gli amorevoli abbracci della mamma, quando di notte un mostro si materializzava nel buio della sua stanza, e le sue dita premurose ad asciugar lacrime di delusione o attente a metter cerotti sulle ferite prodotte da giochi troppo esuberanti. Da HeyJoe emanava lo stesso confortante calore, lo stesso profumo di buono delle pareti di casa, dove era impresso l'odore di ognuno dei suoi abitanti: quello dolce della mamma: quello speziato del papà: quello di cuoio del nonno: quello di tana di HeyJoe. In nessun'altro luogo si sarebbe sentito, compreso e protetto, come fra le pareti di casa sua, perché il suo dolore era lo stesso identico che provavano le persone che più lo amavano. Amavano lui, amavano HeyJoe, avevano amato il nonno. ed avrebbero continuato ad amarlo anche ora che non c'era più. Non c'era  al mondo nessun altro luogo, come casa, dove poter sperare di guarire o, almeno, di sentire un pò meno male di quello che ora provava. Eppoi la casa era ancora piena della presenza del nonno e lo sarebbe stata per sempre: era quello il suo posto. Non ce n'era di migliore in nessun'altra parte del mondo. Il papà aveva ragione.

- Andiamo a casa, papà. Andiamo a casa -

venerdì 2 ottobre 2015

Il primo abbraccio


CAPITOLO 1
La vita non era stata affatto generosa con loro due, e questa era la ragione unica per cui s'erano adeguati l'uno all'altra.
Ma questo non significava che si piacessero.
Il loro stare insieme era più dettato da una necessità di sopravvivenza dove il sentimento non c'entrava affatto, tant'è che in quelle giornate quando non occorreva dover fronteggiare le avversità del mondo, entrambi, pur senza dirselo, andavano valutando l'idea di proseguire separatamente.
Neppure lo stato di continua necessità aveva contribuito a trasformare quel loro fortuito, e strampalato legame, in qualcosa di più solido e cordiale, come un'amicizia.
Camminavano fianco a fianco limitandosi nelle parole, e nei contatti, allo stretto indispensabile.
 La gente si voltava, incuriosita, a guardarli: lei altissima, il mento a punta, sopra al quale si disegnava una bocca pallida, quasi incolore. Per contrasto gli occhi, invece, erano belli, scuri e grandi, occhi gitani, brillanti e velleitari, incastonati sotto una fronte bassa, rigidamente incorniciata da un foulard che le nascondeva completamente i capelli.
Lui, invece, era molto più basso, le arrivava a mala pena alla spalla. Il viso, però, era ancora bello, dai tratti regolari, una di quelle fisionomie che reca impresso il fulgore dell'adolescenza anche quando si è in là con gli anni. I capelli, incolti ed unti, conservavano nel grigio invasivo tenui striature di biondo. Gli occhi chiarissimi avevano però perso la loro tonalità turchina, declinando in un anonimo grigio.
Camminavano, come d'abitudine, l'uno di fianco all'altra, senza mai sfiorarsi, assorti nei propri pensieri, cosicché risultava difficile capire chi dei due fosse a stabilire il percorso.
Ad un più attendo sguardo, però, risultava evidente che lei aveva adeguato il suo passo a quello di lui, molto più breve e cauto.
Era il suo compagno, dunque, a decidere la strada.

"Lei si limita a seguirlo, che un posto vale l'altro, che in tanti anni di strada non ha mai trovato nessun luogo che rechi un conforto, un piccolo agio che induca a rimanere. Un muro di strada che si possa chiamar casa, con una fontanella nei paraggi dove dissetarsi e lavar via la stanchezza. E un bordo di marciapiede fiorito, cangiante durante le stagioni, che possa ricordare il davanzale di una finestra o lo slargo di un balconcino.
Questo il suo sogno segreto: un muro, un ciglio di strada ed una fontanella, circoscritti a lei sola, alle sue minime esigenze. A quel suo desiderio, mai sopito, di una vita stanziale."

Gli sguardi, al loro indirizzo, non erano meno dolorosi delle parole. La forza era nell'ignorarle. Forza acquisita con l'esperienza, che il primo insegnamento della strada consiste nel non accettare provocazioni, e fingere di non avere orecchi per non alimentare la crudeltà di chi non ha cuore. Così era stato per vincere la paura che s'erano ritrovati a camminare insieme, uniti da una comune sventura che non era tramutata, però, in sentimento, perché la loro diversità era evidente non solo agli occhi del mondo, ma ai loro stessi. Non avevano mai provato a raccontarsi le reciproche traversie, e nemmeno avrebbero saputo dire quanti chilometri avevano percorso insieme dal giorno in cui, per scampare ad una banda di balordi, s'erano ritrovati a correre sullo stesso marciapiede, travolti dalla stessa identica paura che li aveva portati a condividere l'anfratto che li aveva messi al sicuro.
Ognuno provvedeva alle proprie necessità senza pesare sull'altro, senza mai chiedere nulla, che il secondo insegnamento della strada è quello di fare affidamento sempre e solo su se stessi. Mai perdere dunque la propria indipendenza, anche quando si è in due, che il rischio maggiore è quello di abbassar la guardia e trovarsi d'improvviso nei pasticci.

"Fidarsi, per lui, non è affatto facile. Soprattutto delle donne. E si che ne ha avute, e di molto belle, nella sua altra vita, ed è stata proprio una di loro a portarlo alla distruzione Senza rimpianti, vorrebbe aggiungere, ma non gli riesce, consapevole che sarebbe solo una scontata battuta da film. Di rimpianti ne ha, e molti, ma portarseli sulle spalle, come il carico di uno zaino troppo pesante e voluminoso,  che però non gli servirebbe. Non nella sua attuale vita. Di cosa abbisogna ora non saprebbe dirlo neppure lui, tante sono le cose che gli vengono in mente, e così, nella consapevolezza di un sogno irrealizzabile, le scarta tutte."

CAPITOLO 2
La terza regola della strada suggerisce di seguire il proprio istinto, che anni di vita all'aperto hanno affinato e reso sensibile all'estremo, come quello dei cani randagi in grado di subodorare il pericolo in agguato nell'apparente stato di quiete.
Anche i due compagni di strada, (che da questo momento in poi saranno John e Mary) avevano col tempo acquisito, e perfezionato, ognuno a proprio modo, le tattiche essenziali di sopravvivenza, quali l'invisibilità e il mimetismo.

A dire il vero, a Mary, queste strategie primarie le erano state da subito precluse, che la sua altezza da giraffa la evidenziava tra la folla attirando su di sé tutti gli sguardi, costringendola a spostarsi più cautamente di notte, quando il mondo dorme e le strade sono meno frequentate.
Ma le strade deserte non sono di certo più sicure, e se si sentiva protetta dalla curiosità della folla diurna non poteva altrettanto esserlo da quella notturna, soprattutto nelle notti di luna piena quando anche gli agnelli si trasformano in lupi mannari. Così s'era premunita, come arma di estrema difesa, di una piccola lama, seppur mezza spuntata, che teneva ben nascosta nella profondità di una tasca.
La quarta regola della strada insegna, infatti, ad elargire avaramente la propria fiducia, che sovente accade che lo stesso col quale durante il giorno hai condiviso il cibo, quando cala il buio, poi, ti derubi dei tuoi miseri averi.

Al contrario di Mary, John, invece, le tattiche del mimetismo e dell'invisibilità, le aveva elevate ai massimi livelli, che avrebbe ben saputo insegnare agli strateghi della guerra il segreto dei gechi e dei camaleonti, o quelli più arcani dell'invisibilità, ad onor del vero, favorito in questo da quella sua fisicità minima e col tempo divenuta anche incolore, che ben s'apprestava all'amalgama col selciato e i muri e le nebbie mattutine. L'arte della mimetizzazione lo aveva salvato in più di una situazione. Per questo preferiva viaggiar solo che non tutti erano, al par di lui, in questo geniali. E in particolare questa sua compagna di strada, che svettava su tutti gli altri nella sua inopportuna altezza, costituiva per lui un pericolo serio e costante, Una vera disgrazia nascere così alti, soprattutto per una donna, s'era ritrovato più volte a pensare, finalmente rappacificato con la sua bassa statura, che un qualche centimetro in più in altezza lo avrebbe, in tempi passati, desiderato, anche se, a dire il vero, questa non era mai stata d'ostacolo alla sua carriera di dongiovanni, che le donne erano ipnotizzate dai suoi occhi turchini e attratte dal suo broncio d'adolescente.

In base alla quarta regola della strada, John, che di Mary nulla conosceva (neanche il colore dei capelli, celati dal foulard ), tanto meno era al corrente dell'esistenza di quel suo coltellino. La lama  che in più di un'occasione aveva fatto la differenza e che lei, egregiamente, aveva imparato ad usare.
Come la notte in cui un balordo, silenziosamente, era strisciato fin dentro il loro rifugio provvisorio, trovando ghiotta l'occasione di un facile bottino e di un veloce stupro, che la donna, pur essendo altissima, era pur sempre una femmina assoggettabile, come tutte le altre, dalla forza superiore maschile, e il nanerottolo che le camminava a fianco non costituiva di certo un ostacolo alla sua impresa. Oltretutto i due s'erano allocati negli angoli opposti e divisi da un tramezzo, con l'uomo già dormiva della grossa. La donna, invece, era di schiena, rivolta verso il muro, intenta a una qualche sua segreta operazione, al riparo dallo sguardo del suo compagno, semmai si fosse svegliato. Il che, pensò l'intruso, gli avrebbe reso tutto più facile, aggredendola alle spalle l'avrebbe colta di sorpresa togliendole ogni possibilità di reazione, e uno straccio, infilato in bocca, l'avrebbe azzittita. Non ci sarebbe stato neppure bisogno di tramortire l'uomo pesantemente addormentato, per non rischiare un  suo risveglio prematuro, o un qualsiasi trambusto, che potesse allertare la donna. Era strisciato così alle sue spalle, afferrandola con una mano per la vita e con l'altra cacciandole in bocca un fazzoletto, e contando sulla sorpresa non s'era aspettato alcuna reazione, tanto meno il baluginio di una lama spuntata d'incanto nelle mani della donna nell'attimo stesso in cui, s'era alzata in piedi, ergendosi in tutta la sua altezza disarcionandolo E s'era ritrovato a terra, con un coltello puntato alla gola. Invertite le parti era lei ora che conduceva il gioco. E il trambusto, in quello spazio minimo, aveva alla fine svegliato John che, ancora incredulo, s'era trovato davanti la  fantastica scena di un'amazzone scarmigliata, con la chioma tagliata a metà, che premeva un coltello  alla gola di uno sconosciuto.

CAPITOLO 3
- Cosa aspetti, vuoi aiutarmi o resti lì a guardare? -
Così Mary andava incitando l'incredulo John
- Legagli le mani a questo figlio di puttana. Legalo bene, che non si possa facilmente liberare. Usa la tua cinta che del foulard io ho bisogno. Dopo gli togliamo i vestiti. Portiamo via tutto, che i vermi in natura sono nudi. -

John la guardava trasognato, ubbidendo meccanicamente ai suoi ordini, incerto se fosse nel bel mezzo di un sogno o protagonista di un fatto di cronaca.
In quel determinato contesto Mary si muoveva agile, certa del fatto suo.
Ma ciò che più lo aveva colpito era stata la visione di quella sua gran chioma zingaresca, malamente sforbiciata, e del colore vivido del fuoco, che sembrava illuminare la penombra della stanza.
 Mary aveva raccolto gli abiti dell'uomo in un fagotto, muovendosi sicura, senza impaccio apparente.
- Nelle tasche frugheremo poi, con agio, quando saremo lontani da qui -
Così aveva stabilito mentre andava nascondendo, sotto il foulard da hippy, quella sua irruenta chioma tizianesca.

Avevano poi ripreso il cammino, fianco a fianco, nel loro consueto silenzio, alla ricerca di un rifugio dove trascorrere il tempo restante della notte.
Ma ora era lei che tracciava il percorso, con lui che la seguiva, adeguando i suoi passi a quelli della sua compagna.
Trovarono riparo in quello che doveva essere stato una volta un casolare, scegliendo ognuno il proprio angolo privato dove poter riprendere a sognare miraggi impossibili.
Al centro della stanza, dove Mary lo aveva depositato, troneggiava il fagotto degli abiti dell'uomo.
Una prova di fiducia? Si era ritrovato a domandarsi John.
Quel bottino apparteneva di diritto a Mary, poiché era lei ad averlo conquistato.
Ma lui avrebbe potuto tranquillamente impossessarsene,  mentre lei dormiva, senza contravvenire a nessuna legge del popolo della strada.
La quinta regola, infatti, suggerisce di non separarsi mai dai propri beni, soprattutto di non tenerli troppo in vista per non scatenare eventuali mire di possesso.
Una trappola, il bottino lasciato in bella vista? Andava congetturando, nel suo angolo insonne, John.
Si può fuggire inducendo l'altro alla fuga, motivandolo con argomenti irresistibili.
Un modo sottile per dire: prendi tutto e vattene.

Eppure lui che aveva, in quel periodo di strana convivenza, prospettato tante volte l'abbandono, ora non era più certo di voler proseguire da solo. Cercò d'immaginare se stesso girovagare senza la sua altissima compagna, e vide solo un'ombra confusa, invisibile prima ancora che agli occhi del mondo, ai suoi stessi. In qualche modo la vicinanza di Mary lo rendeva reale: materia, e non ammasso di particelle addensate nello spazio circoscritto del suo polveroso io.
Eppoi c'era stata la rivelazione di quei suoi capelli sfolgoranti come un sole sfarzoso, da sempre celati sotto il fazzoletto che ne occultava lo splendore.
Perché una donna nasconde ciò che, invece, la renderebbe unica?
E la risposta fin troppo facile: la visibilità.
Mary aveva dovuto rinunciare alla vanità femminile di quella sua chioma sontuosa, per rendersi il più invisibile possibile, che già in questo la sua altezza non l'aveva favorita, e lo splendore dei suoi  capelli di fiamma l'avrebbe maggiormente esposta allo sguardo invasivo del mondo.
Questo pensava John nel suo angolo insonne, trovando estremamente ingiusto il destino di quei capelli che sarebbero stati il tesoro più prezioso, ostentato da qualsiasi  altra donna, ma non da Mary, nata con un destino avverso e troppi centimetri d'altezza.
Andava destandosi in lui un irresistibile, sopito, desiderio di bellezza, poter immergere le dita in quella seta rossa e dimenticarsi, per un momento, del grigio del mondo.
Lui che aveva amato il femminino in tutte le sue sfumature, si sentì sconsolatamente triste per lei

Anche Mary non riusciva a dormire. La paura era stata tanta, sentiva ancora le mani dell'uomo brancicare su di lei, ed era stato un  miracolo che l'avesse colta nell'atto di tagliarsi i capelli, che il coltellino a portata di mano, non sempre nel momento del bisogno è così raggiungibile come sembra. Stavolta era stata fortunata, ma la prossima? Avrebbe voluto non pensarci, ma i fotogrammi della lotta, solitaria e silenziosa, che l'aveva vista protagonista, continuavano a materializzarsi nel buio ricchi di particolari come le sequenze di un thriller.
Disgusto, impotenza e solitudine, la pervasero.
Rannicchiata contro la parete finalmente pianse.

Quel singulto sommesso di animale braccato, unica eco nel silenzio desolante della notte, aveva raggiunto John, ancora desto nel suo cantuccio, intento ad analizzare quel suo nuovo sentire nei riguardi della sua compagna, D'istinto si alzò per raggiungerla e consolarla ma, dimentico della barriera (o trappola?) del fagotto posto al centro della stanza, vi inciampò contro rovinando rumorosamente  a terra.
Con un balzo, Mary, fu sopra di lui, tenendo bene in vista la sua piccola lama.
Ma lui fu più desto e gliela fece cadere di mano, eppoi fece qualcosa che lei non si aspettava: la strinse tra le braccia.
Un abbraccio forte, caldo, protettivo.
Un abbraccio silenzioso, che la trovò impreparata, ma che non respinse.

Fu quella una notte di confidenze, d'incontro e non di fuga, dove lei pianse tutte le sue lacrime represse e rise di tutte le cose buffe che lui le andava raccontando per asciugarle il pianto.
Fu quella una notte di rivelazioni, in cui lei gli fece il dono della sua bellezza, sciogliendo, solo per lui, i suoi meravigliosi capelli di fiamma.
In quel vivido rosso John immerse gioioso le dita, riscoprendo con  stupore in quella stanza notturna, i colori delle albe e dei tramonti, dei fiori e delle farfalle, della bellezza suprema del mondo che talvolta si è costretti a celare sotto un cencio perché non risplenda troppo e desti inopportuni desideri di possesso. E al diavolo tutte le strategie dell'invisibilità, che nella natura dell'uomo è vivere nella luce e non nell'ombra, anziché condannato al destino di preda o  predatore.
Tutti, infine, hanno diritto al sole, all'aria, alle stagioni, alla bellezza dell'esistenza e non solo alle sue disperazioni.

- Domani sarà un giorno di sole, te lo prometto. -
Sussurrò John a Mary, stringendola tra le braccia, prima di addormentarsi

sabato 9 maggio 2015

Venere

NASCITA DI VENERE
Era scivolata fuori dalla vagina con la fluidità di un pesce, mentre sua madre, immersa nell'acqua, stava facendo l'ennesimo bagno per combattere il caldo oppressivo, ed impensabile, in quel di febbraio.
La puerpera dormicchiava nell'acqua, placida come un balenottero, godendosi il beneficio, seppur temporaneo che quel bagno le offriva, che non avvertì la fuoriuscita uterina se non quando toccò con i piedi il corpicino.
La donna, paralizzata dallo stupore, rimase per un qualche tempo ancora immobile poi, riconquistata la lucidità, affannosamente si era data da fare per ripescare dal fondo della vasca il neonato, che sicuramente era morto annegato dal momento che lei non s'era neppura accorta d'averlo partorito.
Con infinita cautela seguì la gomena del cordone ombelicale affinchè la guidasse verso suo figlio, così da poterlo trarre in superficie per farlo respirare.

Quella che trasse dall'acqua era una creatura glabra, dalle trasparenze di medusa e quasi senza peso. Talmente minuta che stava tutta  in una mano.
Al contatto dell'aria emise un vagito disperato e furioso che sua madre chetò soltanto quando, stringendola al seno, scivolò di nuovo nell'acqua, in attesa di un aiuto esterno, che pur bisognava tagliare quel cordone ombelicale e lei non aveva niente con cui reciderlo.
Da li a poco sarebbe rientrato suo marito e così avebbe avuto anche il supporto dell'ostetrica.
A lei rimaneva poco da fare se non controllare il sesso del nascituro e che fosse, almeno fisicamente, ben formato.

Era una bimba, e così a lei s'affacciò l'ipotesi di chiamarla Venere, in virtù di quella sua nascita acquatica che, seppur sprovvista di conchiglia, ricordava quella della dea dell'amore.

Il prete si rifiutò di battezzarla col nome di Venere, trovando immorale porre il nome di una dea pagana ad una bimba cattolica.
Invano sua madre lottò per legittimare la sua scelta, che si trovò di fronte l'opposizione non solo del prete ma anche di tutta la famiglia.
Si optò allora per il doppio nome: Maria, come la nonna materna, e Assunta, come quella paterna.
Un compromesso che non le piacque affatto, a cui però dovette sottostare per amore di pace famigliare e sociale, che suo marito era un architetto molto stimato e la cui clientela, di certo benestante, frequentava regolarmente la messa della domenica, e non sia mai che al prete scappasse una omelia sulla blasfemia di certi nomi.

La piccina sarebbe stata per tutti Maria Assunta e solo per lei Venere.
Questo le fece amare ancora di più quel nome e la bimba che in segreto lo portava.


VITA DI UNA DEA
Erano trascorsi gli anni e la bambina non aveva dismesso il suo pallore di porcellana nè scurito il colore di quei suoi capelli, talmente chiari, da confondersi con l'aria.
La madre la vestiva di bianco e di celeste, o una nota di verde acqua per far risaltare quei suoi occhi ialini, la cui trasparenza rifletteva tutte le sfumature dell'aria e della luce.
Venere era diversa da tutte le sue coetanee, tra le quali spiccava come un raggio abbagliante ed etereo, quasi fosse un miraggio quella creatura fatta di sola luce.
Ma che proprio all'elemento luce, alla sua naturale crudezza. aveva mostrato fin da subito una particolare intolleranza, diventando estremamente nervosa, irascibile perfino, lei di carattere così dolce e accondiscendente.
E questa negatività s'era andata con gli anni consolidando, ma nessun dottore aveva saputo trarne spiegazione dal momento che non c'erano sintomi di alcuna patologia, e la bimba, avviandosi a breve all'adolescenza, cresceva conforme ai criteri stabiliti dalla moderna pediatria.
Questa avversione poteva banalmente imputarsi esclusivamente alla sua carnagione diafana e agli occhi chiarissimi,, che mal tolleravano un calore troppo intenso, ed una luce troppo vivida.
Per il resto era sana come un pesce.

Sua madre aveva però notato, senza per altro farne mai parola con nessuno, quasi che si trattasse anche questo di un segreto condiviso solo da loro due, che la ragazzina trascorreva lunghe ore distesa nella vasca da bagno, il volto sotto il pelo dell'acqua, e più di una volta l'aveva trovata immobile, come morta, e così lei, spaventata, urlava scuotendola freneticamente, per richiamarla in vita.
Ma ogni volta Venere riapriva gli occhi per fissarla con tono accusatore, come se le grida e lo scuotimento l'avessero brutalmente trascinata via da una sublime visione di magnificenza subacquea.
Allora, sentendosi in colpa, seppur non sapeva bene di cosa, la madre se la stringeva al seno vezzeggiandola, chiamandola col nome segreto, mentre tracciava un racconto parallelo tra la nascita marina della dea e quella sua stessa.
 Le narrava di quel febbraio incredibilmente caldo, di lei immersa nella vasca da bagno in stato di torpore e di quando, riacquistando coscienza, si era finalmente accorta della sua silenziosa nascita, e dello spavento inenarrabile provato nel crederla affogata, e della gioia infinita di quel primo vagito una volta che lei l'aveva restituita all'aria e alla luce.

Ho ancora paura quando ricordo quel momento.
Era questo il modo in cui finiva sempre il suo racconto, cercando per lo più una rassicurazione per se stessa, che Venere si limitava a guardarla in silenzio, con quel suo sguardo insondabile che sembrava emergere dal profondo insidioso di un oceano remoto.

LA DEA DEL CIELO. E QUELLA DELL'ACQUA.
Venere era il nome segreto con cui amava chiamarla sua madre, ma per il resto del mondo, quell'adolescente diafana ed introversa, si chiamava Maria Assunta, col nome doppio ereditato dalle nonne.
Lo stesso nome della madre di Dio, la dea cattolica ammantata d'azzurro e circonfusa di luce, che dimora in cielo tra le nuvole e gli angeli, vicinissima al sole.
Forse troppo vicina.
Una immagine insopportabile, che subito la sua pelle s'arrossava, e le labbra e le gote avvampavano in un fuoco immaginario, eppur così doloroso, che solo il contatto con l'acqua riusciva a lenire.

Sana come un pesce, avevano dichiarato i dottori.
Ma che ne sanno i dottori dell'universo dei pesci?

Venere s'era interrogata più volte a tal proposito, risultandole evidenti, e stridenti, le differenze tra il mondo terrestre e quello marino.
Così rumoroso e frastagliato il primo quanto silenzioso e compatto l'altro.
E lei, da sempre, s'era sentita appartenere all'universo buio e liquido dei pesci.
Il perchèé non l'avrebbe mai saputo spiegare: era così e non poteva farci nulla.

Sapeva che il sole mai avrebbe potuto penetrare oltre la superficie del mare, che anche l'onda più pigra l'avrebbe facilmente avuta vinta contro i suoi raggi più puntuti e più ardenti, stemperandolo in mero bagliore.
 Volentieri avrebbe così dimorato nei fondali più profondi per emergere solo al calar del sole ad illuminare la notte con le trasparenze crude della sua liscia pelle di medusa.

UN PAESAGGIO IMMAGINARIO
 Il paesaggio immaginario di Venere, quindi, non combaciava con quello reale di Maria Assunta.
Il rifugio della vasca, la sua culla preferita fin dall'infanzia, s'era nel tempo circoscritto alle pareti di vetro di un acquario, dove lei vi dimorava solitaria, come una dea irraggiungibile.
Ma l'acquario mai sarebbe tramutato in quel fondale marino che lei immaginava tappezzato da sontuosi tappeti di alghe dai colori autunnali, percorso dalle grandi praterie, baluginanti di verde e di marrone, di posidonia e zostera, incessantemente attraversate dalle inquiete colonie nomadi di plancton.
E lei, Venere, finalmente nel suo elemento naturale, avrebbe assunto le sembianze della medusa nutricula, l'unico essere immortale tra le creature del mare, del cielo e della terra.

L'acqua l'avrebbe resa dea, quanto il cielo, invece, l'aveva ridotta schiava.
Quel cielo implacabile che le incombeva addosso con le sue mille lame di luce, condannandola reclusa in una eterna penombra, acquattata sul fondo della vasca, sotto il pelo dell'acqua, come un animale che tenta di sfuggire al predatore, cancellando il proprio odore e le proprio tracce.

  DESTINI
Ma da quel fondale casalingo sua madre sempre l'avrebbe fatta riemergere, così come era stato fin dal suo primo giorno di vita, strappandola alla rassicurante frescura amniotica dell'acqua per restituirla alla luce.
Perché questo era nel destino di sua madre.

Il destino di Venere, invece, sarebbe stato  quello di rivivere in eterno l'attimo della sua nascita.
Lo stesso destino della medusa nutricula.  

giovedì 8 maggio 2014

Un finale meraviglioso


Inscenava per lui, lo scrittore, piccole provocazioni.
Da principio strategie apparentemente  innocenti, poi, man mano che s'imponeva alla sua attenzione, sempre più teatrali.

Passeggiava, durante le ore della siesta, sotto il suo balcone, vestita di rosso (era il colore che lui preferiva) e con la pesante treccia dei capelli tracimante, dall'argine delle forcine, come un burrascoso fiume ramato: rosso su rosso.
Femmina sfrontata, la cui presenza suscitava la curiosità gelosa delle donne e quella golosa degli uomini.
Passava e ripassava sotto quel suo balcone, sostandoci, perfino strimpellando una chitarrina a mo di serenata.
Questo corteggiamento strampalato aveva reso lo scrittore celebre in tutta la contrada e poi in tutta la regione e, ancora, oltre i confini.
Lui, però, per non cedere a quelle lusinghe da sirena, nemmeno s'avvicinava ai vetri e neppure spiava dalla serranda socchiusa, che gli bastava chiudere gli occhi per vederla: un petalo rosso nella calura ardente del pomeriggio.
Così la immaginava.
Così lei era.

Pure capitava che lo svegliasse nel cuore della notte, lanciando sassolini alle imposte chiuse del balcone, mormorando il suo nome: un richiamo che nessun'altro sentiva ma che a lui giungeva nitido, inequivocabile nel suo significato.
Nella strada buia gli si offriva sollevando la veste scarlatta.
Sarebbe bastato aprire il portone e scendere i tre gradini. O lei salirli.

Travolgente.
 Lui l'immaginava travolgente.
Un vento rosso.
Una fiammella.
Qualcosa che non si può fermare, ma solo per un breve attimo trattenere.
Per questo rimandava il momento della sua resa.
Conscio che una volta avuta l'avrebbe poi persa.

Così, pur ritraendosi, gioiva di tanta perseveranza.
Esaltato da quella sua innocente impudicizia.
Lui la vedeva innocente.
E bella.
La donna più bella del mondo.
Ma anche la più folle.
Ostinata, sotto quel suo balcone, sia che ci fosse il sole o la luna.
Anche nei giorni di pioggia.
Incurante, a dar spettacolo d'amore all'intera contrada, con quelle sue serenate.
E i richiami notturni dei sassolini.

Lei lo aveva reso leggenda.
Gli uomini lo invidiavano.
Le donne lo sublimavano.
 Tutti, però, aspettavano che qualcosa tra loro accadesse.
Un inizio o una fine a motivar tanta tenacia, da una parte a provocare e, dall'altra, a resistere.

E in attesa della capitolazione di uno dei due, s'erano intanto aperte le scommesse.
 Un portento quella rossa, che pur avrebbe meritato un tipo più virile del timido scrittore.
Una donna magnifica, per gli uomini.
Una sgualdrina, per le donne.
Bravo lui, a non darle speranza.

L'epilogo avvenne in una notte caldissima e senza luna.
Lo scrittore, contravvenendo alla regola, non s'era quella volta barricato perché stentava, in quell'aria immota, anche a respirare.
Finestre spalancate sulla strada buia e sull'ombra porpora che la pattugliava, mormorando incessante le sillabe del suo nome.
Una nenia ipnotica, un incantesimo a cui lui, finalmente, quella notte s'arrese.
Tre scalini a scendere.
Tre scalini a salire.
E già lei gli si offriva.
Sfrontata.
E bellissima.

Trascorsero la notte in un amplesso senza fine.

L'alba, foriera di pioggia, portò ristoro all'arsura meteorologica e a quella dei sensi.
Lei, finalmente acquietata, come Ofelia s'era addormentata nel fiume rosso dei suoi capelli, mentre lui giaceva insonne, preda del presentimento dell'abbandono imminente.
Una donna così non la trattieni.
Non è appannaggio di un solo uomo.
Né di un solo amore.
Queste le previsioni pessimistiche dello scrittore.

L'idea di trattenerla prigioniera del suo amore, all'interno di una camera blindata, con la certezza che lei lo avrebbe poi odiato, lo ripugnava
Ma altrettanto insopportabile sarebbe stato il dolore di vederla andar via.
Valutò, allora, l'ipotesi di morire assieme.
La lama affondata nei loro cuori sarebbe stata la freccia di Cupido che li avrebbe uniti per l'eternità.
Una morte romantica, con le finestre spalancate sull'irrompere della bufera d'acqua che li avrebbe, in ultimo, trascinati via, avvolti nello stesso lenzuolo.
Un epilogo meraviglioso a consolidare quella loro leggenda, sui quali anche i critici, da sempre severi coi suoi finali che a loro parere ammazzavano la storia, avrebbero finalmente concordato.

domenica 24 febbraio 2013

Un naufragio felice

 

 A Pupy
Al suo imperiale, faraonico blog, fonte d'spirazione per questo racconto 
che a lei dedico, con entusiasmo e stima

CAPITOLO I
L'APPRODO
......poi, per un breve istante, una luce turchina illuminò l'oscurità ermetica in cui il cielo, completamente offuscato da nubi, impenetrabili e nere, era piombato. Quel bagliore aleatorio, però, fu sufficiente a svelarmi la rassicurante consistenza della terraferma tanto da indurmi a passar la notte, che pur l'immaginavo insonne, a pochi passi da quel relitto che una volta era stato un solido vascello, e dove speravo poter recuperare l'avanzo di qualche mio bene scampato alla voracità dei marosi.
Così, al riparo di una roccia, m'avvoltolai nei miei umidi panni, sfinita, predisponendomi ad una notte di veglia

IL SOGNO
......e, invece, ad onta delle mie pessimistiche previsioni accadde che m'addormentai e sognai della mia casa di Roma, dell'aereo terrazzo spalancato sul verde luminoso del Gianicolo, con le lenzuola stese, che la dolce brezza di ponente andava gonfiando come vele auriche, pronte a dispiegar la rotta al segnale convenuto dello sparo del cannone di Castel Sant'Angelo, mentre la mia cagna Capitolina, una lupa irrascibile, a stento trattenuta da un guinzaglio robusto, che lei aveva già in parte dilaniato, abbaiava furiosa, apertamente ostile a quella immaginifica partenza.
Avessi dato retta alla sua furia me ne sarei rimasta  tranquilla al mio lussuoso affaccio a raccoglier il malizioso omaggio dello stornellatore che m'avrebbe, fra quelle stesse lenzuola, di li a qualche ora, incoronata sposa
Ma io abborrivo assoggettarmi al guinzaglio, sia pur d'oro di una fede nuziale tanto che, al pari della mia lupa Capitolina, avrei potuto dilaniare l'amorevole mano che pur me la offriva.
Non ebbi altra scelta se non quella del mare aperto.

IL RISVEGLIO
......ed ecco, al risveglio, accogliermi un'alba di porcellana sotto l'egida di un sole benevolo cosicchè io, seppur ancora frastornata dalle vicissitudini del recentissimo naufragio, avrei potuto godere di quell'ottima metereologia col favore della quale avrei più serenamente espletato il miserevole, seppur necessario compito, di recupero delle reliquie scampate alla tempesta.
 Solo dopo avrei potuto dedicarmi all'esplorazione del mio fortunoso approdo.

LA CATTEDRALE
 ......no, di sicuro se non fossi inciampata in quella sconnessione alla base del terreno, per colpa della quale ero malamente ruzzolata lungo il pendio scosceso, non avrei mai notato l'imponente struttura che, scavata nella roccia viva, s'imbaldanziva verso l'alto, magistralmente mimetizzata nelle trasparenze saline di quel paesaggio di vetro, provvidenzialmente offuscata dall'ardente baluginio del mezzogiorno, che la circondava con le volute, sontuose ed impalpabili, di una nebbia perenne.
No, non avrei notato questa meravigliosa, fantasmagorica Cattedrale, che altro non saprei come definirla, con l'ultima ogiva che terminava, in gloria, al centro della vetta, e dove un'aquila marina dalla testa bianca aveva nidificato.
 Così passai il resto della giornata, incurante della fame e del caldo straziante, ad ispezionare pazientemente il perimetro esterno alla ricerca di quel passaggio fittizio, che pur avrei scommesso sulla mia vita, dovesse esserci.
Una tale, mirabile opera, non poteva esser stata creata col solo intento di una scenografia compensativa per i giri di ronda delle aquile calve.

LA PORTA
......così trascorsi la mia prima giornata di naufraga alla ricerca fallita di un varco d'accesso a quella fiabesca dimora, fino all'ora in cui dovetti cedere agli imperativi del buio e della stanchezza, determinata, però, a replicare per tutto il tempo della durata di quel mio soggiorno forzato.
Decisi di trascorrere la notte nel posto stesso in cui ero e da dove avrei ripreso, col chiarore del giorno, i miei giri ispettivi.
Esausta, mi raggomitolai in un incavo di roccia, già predisposta alle persuasioni del sonno, quando un bagliore turchino divampando dalla cima della cattedrale, eruppe in verticale coi filamenti stellari di un fuoco d'artificio, ad illuminare, con l'intensità di dieci lune, la porta mimetica della Cattedrale.

 CAPITLO 2
NEL VENTRE ASCIUTTO DELLA CATTEDRALE
 Cos'altro è un libro se non la trasposizione letteraria d'una memoria?
(Amaranta)

......e ciò che vidi, all'interno del portale, non ha eguale in nessun'altra regione del mondo che pue io, viaggiatrice di comprovata esperienza ed avezza a non stupirmi di nulla, rimasi esterrefatta, per un lungo momento smarrita della mia consapevolezza, in balia di un'allucinazione, immaginifica e beffarda, talmente grande fu la meraviglia, che il timore che si trattasse solo d'un delirio della mia mente, mi rese dolorosamente consapevole del mio stato di naufraga, indifesa e bisognosa, alla mercè di miraggi fraudolenti e pericolosi.
La stanchezza, la debilitazione e la solitudine, in sinergia hanno il potere di portare alla superficie le follie latenti, materializzare desideri occulti, partorire spettri e resuscitare fantasmi, e tutti gli altri orrori che una mente febbricitante possa riuscire a concepire......ma lì, nel ventre asciutto della Cattedrale andava in scena qualcosa d'inedito, di assai più strabiliante di un delirio brutale, qualcosa a cui ancor meno siamo preparati: la materializzazione di una strabiliante realtà parallela.

UNA STRABILIANTE REALTA' PARALLELA
 ...... e cosi benissimo può accadere, senza troppa meraviglia, che soffiando troppo forte un vento d'aliseo possa temporaneamente deviare l'aerea nube dorata su cui Dante Alighieri è assiso a prendere appunti su quella commedia, umana e tragica, prima ancora che divina, da cui trarrà immortalità e gloria, alle falde del Monte Cicala, dove un giovane frate domenicano di nome Giordano Bruno, ancora lontano dallo scempio del rogo, è intento meditare che  "su, aldilà di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa di altro".
E così alza gli occhi e vede Dante che a sua volta lo ha scorto, l'uno già assurto da secoli ai  fasti del paradiso l'altro, invece, condannato, nel suo futuro prossimo, all'inferno degli incompresi, ma che al momento è solo un giovane frate permeato dallo spirito inquieto del libero pensiero ed ancora ignaro di quanto la filosofia possa rivelarsi mortale.
Si sorridono scambiandosi cordiali convenevoli sul tempo e la natura e la forza dei venti e delle idee che, da quella sua zattera celeste, su cui l'Alighieri è per l'eternità delegato a circumnvanigare gli oceani delle umani passioni, si trova a maledire quell'altezza irrangiungibile a cui la gloria lo ha collocato, impedendogli la possibilità di un ormeggio.
 Ma eccoli ora, da secoli di distanza, intenti a conversare, il giovane filosofo ed il sommo poeta, che se l'uno fosse nato nel secolo dell'altro forse la storia, chissà, sarebbe stata diversa, seppur ho il sentore che, in ogni caso, il fraticello aveva inderogabilmente insito nel suo destino l'inappellabilità del rogo.

"SU, AL DI LA' DELL'APPARENTE LIMITE, VI E' SEMPRE QUALCOS'ALTRO"
......così è che l'assioma aristotelico " su, al di là di ogni apparente limite, vi è sempre qualcos'altro" trova incontrovertibile conferma qui, all'interno di questo portale, dove le epoche s'intersecano attraverso convergenze illusorie, e cosi come è possibile che Dante possa conversare con Giordano Bruno altrettanto plausibile che Gustave Effeil abbia potuto chiedere a Leonardo da Vinci consigli d'architettura per la sua Torre di Parigi e d'ingegneria per l'interno della Statua della Libertà a New York, altrettanto vera è la corte, discreta ma assidua, di Shakespeare a Eleonora Duse, che vorrebbe, tra le sue muse ispiratrici, eleggere "Unica e Divina", portandendola via a quel D'annunzio che non l'ha saputa nel giusto modo amare.
Nell'interno di questa straordinaria Cattedrale, da oggi assurta a "tempio della memoria viva" l'assioma filosofico di Aristotele pienamente, e felicemente, si conferma come realtà oggettiva, e non più solo come affascinante concetto metafisico ma, anzi declinando nel teorema matematico de "la meccanica del (corpo) continuo", è in ultimo traducibile nella tridimensionalità moderna dell'ologramma.

L'UMANA COMMEDIA
......e già fuori la notte schiariva nella luce ialina di un'alba di sale mentre, di contro, all'interno andava esaurendosi quel giorno fatato, calando il buio, morbido come un sipario, a celare la magnificenza del palco, ma solo il tempo indispensabile per una breve pausa tra un atto e l'altro, che poi l'umana commedia sarebbe ripresa esattamente dal punto dove s'era interrotta, logica e scorrevole, seppur la trama, spregiudicata e visionaria, concedeva un pò troppo alla fantasia, ma pur il pubblico sarebbe stato disposto a perdonare gli eccessi e le eccentricità dell'autore se ad interpretar la storia c'erano, in qualità d'attori, Dante Alighieri e Giordano Bruno e Gustave Effeil e Leonardo da Vinci e William Shakespeare ed Eleonora Duse e Gabriele D'annunzio e, come guest star, il grande Aristotele.

OMAGGIO ALL'AMABILE SIGNORA CHE QUESTA STORIA HA ISPIRATO
Applausi a scena aperta, ma non per me che ho scritto la trama, ma per gli attori chiamati alla recita che magistralmente hanno interpretato se stessi, rivestendo di lustro questa piccola storia che non ha altro scopo che quello di render omaggio all'amabile signora da cui sono stata ispirata, passando un giorno davanti a quella sua vetrina, opulenta di libri e di colori, bastevole da sola ad illuminar tutta la strada.
Forse, quel giorno, tra le copertine dei libri esposti in quella vetrina, ve ne era una raffigurante un vascello.
...... e con quello son salpata per questo mio viaggio.


lunedì 11 febbraio 2013

La confraternita delle Silvie



UNA SCELTA FILOSOFICA
 Finita la cerimonia funebre, tutte  le Silvie s'erano adunate sotto l'ombra misericordiosa del portico a sorseggiar limonata ed acqua all'anice per smorzare la sete e rinfrescare il ricordo dell'uomo appena sepolto, prima che il sole impietoso di quel torrido pomeriggio celebrativo di Luglio potesse da subito, ed irrimediabilmente, sbiadirne i contorni.

Le donne adunate all'ombra del patio in realtà non si chiamavano tutte Silvia, fra loro c'era perfino una Efigenia ed una Stuarda, anche se di  battezzate con quel nome se ne sarebbero potute contare, in altri tempi all'interno di quella cerchia, almeno una decina ma, all'epoca in cui si svolge la storia, ne erano rimaste soltanto quattro. Erano le altre, quelle che non si chiamavano Silvia, ad esser state ribattezzate dal barone Giacomo Niccolò Denti Drago, l'uomo che s'erano adunate a piangere e con ognuna delle quali aveva avuto, nel corso della sua lunga ed intensa vita, una storia d'amore.

C'è da raccontare che il barone Giacomo Niccolò Denti Drago era stato fin dalla culla indirizzato dalla madre, la baronessa Eugenia, al culto della poesia romantica, poichè ella era infervorata dei versi di Byron, Shelley, Chateaubriand ma, su tutti, dell'italiano Giacomo Leopardi, e tanta era la sua predisposizione, il suo fanatismo intellettuale verso il poeta/filosofo che, contravvenendo all'usanza universale dell'aristocrazia che imponeva al primogenito la continuità del nome paterno, ottenne il consenso di poterlo battezzare col nome primo di Giacomo.

La baronessa, alla quale venne permesso d'assecondare questa sua esaltazione intellettuale e, secondo molte e verificate testimonianze dell'epoca, alla deriva del fanatismo mistico, tant'è nel suo entourage privato aveva  adottato il nome di Silvia.
Tutto questo le era valso fama d'eccentrica (che se si fosse trattato di una qualunque e non blasonata, sarebbe stata, con termine più schietto, definita matta), a discapito della pur vasta, e raffinata cultura illuminista, acquisita dalla instancabile baronessa sulle orme del Leopardi.

 Ma il giovane Giacomo era destinato a tradir le aspettative di sua madre che avrebbe invano agognato, per tutta la vita, di vedere il nome di suo figlio ascritto tra i grandi, nel firmamento stellato della poesia, che s'era rivelato invece possedere, un carattere godereccio ed estroverso, brillante e malizioso, egoista ed incoerente.
Questa natura assolutamente pagana del barone Giacomo Niccolò Denti Drago mal si sposava con l'immagine, se non ascetica ma almeno più misurata, confacente ad un poeta, in aperta, e dichiarata contrapposizione, con la filosofia leopardiana del piacere, secondo il quale "il piacere non è assoluto nè infinito, ma che anzi non esiste se non come mero concetto"
Così come sua madre avrebbe trascorso gran parte della sua vita ad impegnarsi, fino a sfiorare il ridicolo, per render omaggio e lustro alle tematiche leopardiane, allo stesso modo, e con lo stessa energia, Giacomo avrebbe operato nel senso opposto, adoperandosi a smentirle, dimostrando che il piacere, definito dal poeta "nè assoluto nè infinito"  inteso per lo più come "pausa dall'affanno, breve momento di assenza del dolore, atto a ripristinare una mometanea vitalità", in base al quale è tutto riassumibile nel teorema esistenziale che "il piacere è la mancanza del dolore", è invece, non solo fatto concreto, ma può essere posseduto ed infinitamente ampliato.

Semmai ci fu uomo, ahimè a torto misconosciuto alla storia che, con entusiasmo ed abnegazione, si sarebbe prodigato nel corso della sua vita a dimostrare l'infondatezza delle teorie poetiche del Leopardi, in comunione con quelle filosofiche di Schopenhauer, secondo cui "la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia", quello fu il barone Giacomo Niccolò Denti Drago.

 UN SOLO NOME
Il più solido piacere di questa vita, è il piacere vano delle illusioni.
(Giacomo Leopardi)


Smentire il pensiero filosofico del Leopardi, accumulare prove incontrovertibili per avvalorare, invece, le sue tesi esistenziali che procedevano in senso opposto: fu questa la missione a cui si dedicò con encomiabile  perserveranza il barone Giacomo Niccolò Denti Drago, con brillantissimi risultati e con la soddisfazione reale di  potersi definire "un uomo che non ha affatto sprecato la sua vita".

Il sorriso sul volto disteso, l'espressione ancora bella e così lontana dalla vecchiaia nonostante gli anni, e tanti, che lui vezzosamente si diminuiva in quel gioco societario dove lui rivestiva da decenni, e sempre con gran successo, il ruolo dell'abile cacciatore di farfalle che tra i damaschi, gli stucchi e i cristalli dei salotti più alla moda, s'avventurava a catturare le più splendenti, le più fastose dame dell'aristocrazia, quelle che con il  nome famigliare, in aggiunta a quello coniugale, avrebbero riempito, con la prosopopea della firma, interi righi e abbisognato persino di qualche a capo, se egli non avesse concordato di riassumere nome, cognome, casato  e vezzeggiativo, nel nome unico di Silvia.

Questa strategia, per nulla innocente, aveva lo scopo primario di evitare al barone d'appellare sbadatamente col nome d'un'altra l'amante di turno, poichè non di rado accadeva che egli dovesse coordinare, nello stesso tempo, più intrighi amorosi.
Questo stratagemma gli offriva, per di più, ulteriori motivi di seduzione perchè le dame trovavano oltremodo romantico essere omaggiate col nome della musa protagonista di un amore irrisolto quando a loro, invece, era data piena facoltà di viverlo con un Giacomo diametralmente all'opposto dell'ombroso poeta crepuscolare fin dai suoi albori primievi quanto il barone, invece, era già dal mattino, sereno o nuvoloso che si prospettasse, sempre sorridente e ben disposto alla vita.

Ovviamente nessuna delle Silvie sapeva dell'esistenza delle altre ma poi, quando il segreto fu disvelato, si permise al barone di continuare in questo suo gioco che anzi, proprio  in virtù di ciò, aveva assunto tonalità inusitate ed eccitanti, fino a divenire una competizione tutta femminile spudoratamente giocata sul presupposto dell'ignorare, per acquisire il privilegio d'entrare a far parte della eletta schiera delle Silvie.

Sta di fatto che le dame coinvolte nella liaison col barone vivevano, con spregiudicatezza ed allegria, quella storia da romanzo, tutte vestendo i panni dell'eroina, ognuna proponendosi di sbaragliare l'esercito delle rivali e piantare, in quel cuore peregrino, la bandiera della conquista definitiva.

Impresa che solo per un soffio non riuscì ad una delle convertite di nome, l'ambigua, e non più giovanissima, nobildonna Cherubina Spadaro baronessa della Salina di Fragiovanni di Mazzara del Vallo.

 E questa è una storia nella storia.

 UNA STORIA NELLA STORIA
Non t'accorgi, Diavolo che sei, che tu sei bella come un Angelo?
(Giacomo Leopardi - Pensieri)

La baronessa Cherubina Spadaro della Salina di Fragiovanni di Mazzara del Vallo, era nata provvista di una fisicità superba, un carattere indomabile ed un istinto prodigioso per gli affari, tant'è che aveva reso oltremodo prospera quella salina ereditata alla morte del padre, languente ed abusivamente saccheggiata, ripristinando il rigore legale degli affitti e degli interessi alla baronia spettanti, ed incrementando, con mirabile preveggenza, le esportazioni estere, soprattutto verso il Giappone, dove aveva aperto una sede, commerciale e di rappresentanza, che personalmente dirigeva.
Alta, dotata di un'ossatura solida ma armoniosa, un'epidermide compatta nella tonalità rara dell'ambra  brunita, in  spettacolare contrasto con la chioma  tizianesca e le iridi color dell'acqua.
La testa di Medusa sul corpo di Giunone, come felicemente, e a ragione, ebbe a sintetizzare lo scultore Adamo Tadolini, allievo prediletto di Canova, per il quale la baronessa aveva posato per diverse sue opere.
Orgogliosa, intraprendente ed indipendente, la baronessa non s'era mai voluta sposare, declinando le innumerevoli offerte di matrimonio, tra le quali anche quella del conte Alessandro Floriano Giuseppe Colonna-Walewsky, figlio naturale di Napoleone Bonaparte.
Figlia unica, alla morte del padre definitivamente affrancata da ogni vincolo parentale, la splendida Cherubina aveva scelto liberamente di spendere la sua vita in quel che più le si confaceva: gli affari ed il piacere.
Una donna spettacolare che, inevitabilmente, s'era attirata la malevolenza e le invidie di quelli che, non tollerando, non le perdonavano la sfrontatezza di questa sua scelta spregiudicata, oltretutto premiata da una ricchezza favolosa, frutto dell'acume e non del talamo, e di cui la baronessa ne andava giustamente fiera.
E, nella veste di capitano d'industria, s'era perfino concessa il diritto di fumare pubblicamente i suoi sigari.
Privilegio che le veniva accordato anche nei salotti più formali, in virtù di quel potere accreditato dall'importanza delle sue solide relazioni commerciali, politiche e di letto, cosicchè la sua biografia s'andava con gli anni arricchendo di capitoli nuovi, sempre più fantasiosi e piccanti, secondo che a scriver la storia fosse la penna d'un ammiratore o d'un detrattore.
Così, in base agli umori e alla fantasia di quella colta e blasonata platea di scrittori/lettori/critici/censori, (all'interno della quale si poteva benissimo essere, al contempo, l'uno o l'altro o tutt'uno) la leggenda della baronessa s'era nel tempo ammantata, e poi sempre più consolidata, nell'aura dell'ambiguità, malignamente presupponendo dietro i suoi strabilianti successi commerciali, la benevolenza di un deus ex machina ( un potentissimo amante) e, per i suoi sollazzi più privati, la compartecipazione di una qualche oscura fantesca.
Cherubina, al corrente di queste immaginifiche leggende, mai s'era presa il disturbo di smentirle e schiettamente ne rideva, riducendo a commedia quello che le male lingue avrebbero desiderato veder tramutare in dramma.
Solo una volta s'adirò, giungendo beffardamente a sfidare a duello, dopo averlo pubblicamente schiaffeggiato col suo lungo guanto di raso viola, l'artefice di un articolo infamante, schernendolo con "esigo le vostre scuse pubbliche o altrimenti mi vedrò costretta a sfidarvi a duello all'ultimo sangue, e dovrete battervi con me, una donna e, state pur certo, che non sarò io a soccombere se davvero io sono quella che descrivete nel vostro infame pamphlet: una diavolessa dispotica, tentatrice e turlupinatrice. Vi avverto che userò la spada allo stesso modo in cui voi usate la penna: senza regole. Non vi sfido per salvaguardare il mio onore di donna, che è una mia privatissima questione e, se ho scelto di non doverne dar conto ad un marito, non vedo perchè dovrei discuterne con voi che per me siete meno di un nulla, ma  trovo odioso il dubbio insinuato sull'onestà dei miei commerci, e quella si è una mia reputazione pubblica da voi impudentemente infangata, che solo la ritrattazione del vostro articolo,  e le pubbliche scuse, potranno lavare l'onta e limitare i danni. Esigo quindi le vostre scuse ufficiali, e che siano convincenti o pretenderò la soddisfazione delle lame, E se ipotizzate che io abbia paura, o questa sia solo una farsa, ricredetevi, perchè io non sono una di quelle che si spaventano di un topo e ancor meno di uno scarafaggio!"
Questa sfida, che destò grande scalpore, enormemente accrebbe la leggenda della baronessa e commosse, risvegliando quell'impeto, cavalleresco e virile che, seppur sopito dagli ozi e dalle amnesie, ancora albergava negli animi più nobili, più inclini alla passione, cosicchè ella trovò schierato, ai suoi piedi, un piccolo drappello di ammiratori  pronti a battersi per il suo onore.
Tra questi c'era anche il barone Giacomo Niccolò Denti Drago.

UN GIORNO SENZA SEGRETI
Il piacere, che sappia di nettare o di veleno, per essere fino in fondo gustato, non va diluito nè mai con altro mescolato.
(Giacomo Niccolò Denti Drago - Pensieri)

Non t'accorgi Diavolo, che tu sei bella come un Angelo?
Con questa frase, plagiata al Leopardi, il giovane barone Giacomo aveva approcciato la baronessa Cherubina, di dciotto anni più vecchia di lui, ma ancora raggiante nella gloria piena dello splendore fisico della maturità.
Il barone s'era innamorato, seduta stante, della donna e della sua leggenda.
Ma non era stato così per lei che in quel giovane scapigliato, e di aspetto piacevole, non aveva ravvisato nessuna particolare prerogativa che lo distinguesse da tutti gli altri suoi ammiratori.
che lo sbadiglio del risveglio s'era già tramutato in quello della noia.
Amaro destino quello di questa donna capace di sconvolgere il cuore e la mente degli uomini, infettandoli col morbo insidioso della  passione irreversibile, ma risultandone lei, invece, assolutamente immune.
Così aveva trascorso tutta la vita nell'attesa di un uomo in grado di contagiarla, ingannando il tempo con amanti temporanei, nessuno dei quali destinato ad esser l'eletto.
Nobili, artisti, commercianti, togati, perfino un alto prelato che per lei volentieri sarebbe precipato nelle fiamme dell'inferno, s'erano succeduti nel suo letto, sostandovi solo il tempo bastante alla baronessa di capire che lo sbadiglio del risveglio s'era tramutato in quello della noia.
 Senza tentennamenti, allora, rompeva la relazione.
 Con Giacomo, invece, non si compì mai la rottura, perchè la baronessa, imbarcartasi sulla nave "Esperia" per uno dei suoi consueti viaggi commerciali in Giappone, perì insieme ad altre centinaia di passeggeri, in un apocalittico naufragio nei pressi dell'Isola di Honshū.

Se per la baronessa il giovane Giacomo era stato solo uno fra i suoi tanti amanti per lui, invece, lei sarebbe rimasta l'unica che aveva, nel delirio del piacere, come in quello della disperazione, invocato col suo nome di battesimo.
 Tutte le altre, invece, s'erano dovute piegare alla ragione poetica del nome condiviso.

E così ecco tutte le Silvie adunate sotto il portico baronale, nel giorno della celebrazione funebre.
Hanno tutte gli occhi lucidi e i fazzolettini in mano ad asciugar le lacrime.
Si studiano con curiosità, forse malizia, ma senza nessuna ostilità.
La più anziana delle presenti è una Silvia che ha già da un pò oltrepassato i sessant'anni, la più giovane è una francesina venticinquenne che il barone aveva ribattezzato Petite Sylvie, e di cui la madre, decenni prima, s'era rivelata una delle Silvie più appassionate ed intraprendenti, così che la sua figlia più giovane ha voluto conoscere quell'uomo da romanzo che pur l'ha sedotta, a dispetto della vecchiaia, con le premure di un nonno e la filosfia sperimentata dell'affabulatore.
Petite Sylvie piange lacrime doppie, anche per sua madre impossibilitata ad affrontare il viaggio in Italia.
Prima di quel giorno le Silvie non si sono mai incontrate, paghe di far parte della leggenda hanno saputo evitare, con provvidenziale buon senso, di usare le armi femminili dell'intrigo per violare l'identità delle altre.
Protagoniste consapevoli di storie parallele, che il segreto del barone era da anni oramai svelato, anche se loro hanno finto d'ignorarlo e pazienti hanno atteso che le scegliesse per battezzarle col nome di Silvia, ed entrare nella leggenda prima ancora che nel suo letto.
Hanno dormito avvinghiate allo stesso uomo e nelle stesse lenzuola, e questo le rende complici, depositarie di un segreto comune che ora possono finalmente condividere.
Si scrutano, si sorridono, si riconoscono sorelle, e le voci, all'inizio timide, s'alzano di tono, si accavallano e si rincorrono, in un chiacchiericcio, animato ed amichevole, che si espande e tintinna come ghiaccio nei bicchieri.
Ghiaccio che s'è rotto in una risata scaturita da una confidenza sussurrata dietro un ventaglio, ma che immanente si propaga e coinvolge tutte, perchè tutte fanno parte, quel giorno, della stessa storia.
Come i fiori di un variegato bouquet, così dissimili nei colori e nei profumi, ma tutti germogliati dalle amorevoli mani, e dalle cure pazienti, dello stesso giardiniere che, intimamente apprezzando ogni singolo fiore nell'unicità irripetibile della propria bellezza, ha saputo rifuggire dalla tentazione sperimentativa dell'ibrido.
Perchè il piacere, come soleva ripetere il barone, che sappia di nettare o di veleno, per essere fino in fondo gustato, non va diluito nè mai con altro mescolato.