Il magico incantesimo delle parole sulle sue labbra e così anche l'assurdamente fantastico ha sembianza di un corpo e una dimora reale.

La dolcezza ipnotica della sua voce che sa raccontare con le pause e i silenzi, e gestire con maestria l'irruenza carnalissima delle immagini.

Sedurre, raccontando delle tumultuose e mutevoli umane passioni, di quando i desideri hanno seni di donna, occhi di tempesta e mani febbrili.

Stravolgere i teoremi, ingarbugliare le geometrie, contestare l' indubitale in una mirabolante apoteosi narrativa, pronta ad accettare la sfida di riuscire a catturare una stella fiammeggiante contro tutte quelle logiche che la stabiliscono inafferrabile, imprendibile.

Questa è la sua missione.

(L'affabulatrice - Amaranta)

mercoledì 29 febbraio 2012

Le interazioni dell'amore


...nei loro nomi era già scritto il loro destino.

ANGELICA. 
Prima del rito del battesimo, la duchessa Francisca Adriana de Moura y Melo, aveva omaggiato La Virgen de la Esperanza con un diadema di 1500 pietre preziose e 3000 diamanti, ed uno più piccolo, di 800 pietre preziose, per quel Gesù Bambino custodito all'interno del suo vergine grembo.
La duchessa era una fervente fedele de La Virgen de la Esperanza perché sempre l'aveva protetta nel corso travagliato delle sue difficili gravidanze, in particolare nell'ultimo parto quando aveva corso il rischio di morire insieme alla neonata, venuta al mondo prematura ed in gravissimo stato di sofferenza.
Ma la Madonna, la madre di tutte le madri, aveva steso le sue mani pietose sul capo della duchessa ed operato il miracolo, sia pure in extremis.
Francisca Adriana aveva guardato in faccia la morte e ne era rimasta terrorizzata, per questo, come atto di gratitudine, aveva fatto dono pubblico dei due meravigliosi diademi e, nel privato, a suprema testimonianza della solidità della sua fede, la promessa che quella figlia strappata alla morte sarebbe stata consacrata alla vita claustrale.

Che nome date a questa bambina?
Angelica

 Nell' aerea vastità della cattedrale risuonò la dolcezza raffaellita di quel nome che, abbigliato della candida veste battesimale e munito di un minuscolo paio d'ali, s'involò verso le sontuose volte michelangiolesche per essere accolto, ed acclamato, dal festoso tripudio, azzurro e porpora, delle coorti osannanti degli angeli bambini.

 CRISTOBAL
Nello stesso momento, molto più a sud, in una chiesa marina, in una regione impraticabile, in un punto remoto del planisfero, riecheggiò la stessa domanda.

Che nome date a questo bambino?
Cristobal.

 Nella chiesetta nuda il nome facilmente si perse tra il rumore della risacca e gli stridii alati dei gabbiani per arenarsi, alla stregua di un legno naufrago, sulla rena asciutta, ma non al sicuro, in balia dell'irascibilità del vento e delle onde bastarde, in agguato per inghiottire quel fragile guscio di legno.
E su questo neonato, figlio oscuro di gente oscura, non c'è molto altro, per ora, da raccontare, che le vite dei poveri si somigliano tutte, che a loro spetta un mondo di seconda mano dove ampiamente è smentita la parabola cristiana che recita "beati gli ultimi che saranno i primi" che la solerzia dei preti, e dei predicatori, si prodiga a dispensare come pane per saziare gli stomaci affamati. Eppoi è risaputo che la fame  ha la capacità sperimentata di prostrare lo spirito anziché fortificarlo, perché è ampiamente comprovato che il digiuno quotidiano porta alla disperazione, quasi mai alla beatitudine.

DESTINI
Ma, Angelica e Cristobal, ancora ignari delle rispettive esistenze, ed inconsapevoli delle minacce del cielo e di quelle del mare, che pure già  incombono sui loro destini, dormono placidi il sonno implume dei neonati.
 Lei, nella sua culla di seta.
 Lui, nel suo guscio di legno.


LE SOTTILI ARTI DEL CONVINCIMENTO
La duchessa Francisca Adriana apparteneva alla categoria di quelle donne all'apparenza remissive ma, di fatto, in grado di piegare il mondo ai propri desideri.
Era lei che dirigeva, con ingannevole dolcezza, la casa ed il casato: l'imponente esercito dei servitori, il numeroso drappello dei figli, e la vita del duca consorte.
Convincere Angelica di avere una vocazione e di aspirare a volerla realizzare attraverso i voti monacali fu per lei davvero facile, avendo avuto l'accortezza di crescere quella figlia, di salute estremamente cagionevole, lontana da quei lussi e da quei fasti che avrebbero potuto irretirla con altre tentazioni ed altri desideri, e mostrarla in società solo quando l'etichetta, necessariamente, lo reclamava.
Di fatto, la duchessina, non avrebbe riscontrato nella sua vita futura una sostanziale differenza tra la cella del convento e la sua camera austera, nella casa paterna.
Con le sottili arti della discrezione, e quelle della manipolazione intellettiva, tanto da fargli credere che l'idea fosse scaturita da lui, convinse il duca, più sensibile al potere temporale che a quello spirituale e propenso ad espanderlo e consolidarlo attraverso le alleanze fornite dai matrimoni della sua numerosa figliolanza, della necessità di esentare Angelica, così delicata e cagionevole di salute, di certo non adatta alla vita matrimoniale, quando quella del convento, invece, ben più le si confaceva.
E che una badessa ha molto più potere della  regina.

IL POTERE DELLE MANI
Cristobal aveva scoperto di avere nelle sue mani il potere del guaritore quando il più piccolo dei suoi fratelli fu colpito da una febbre violenta ed inappellabile, di fronte a cui anche i medici si erano arresi.
Il piccolo languiva in un delirio costante e nessun rimedio era riuscito a contrastare il parossismo di quella febbre vertiginosa e subdola, al cui culmine c'era la morte.
Ed era già entrato in agonia quando Cristobal, in un gesto di estrema disperazione, stese le mani sul corpicino inerte toccandolo dolcemente in quelli che a lui sembravano i punti dove s'annidava il male, persuaso a credere che in quelle sue dita, da cui sentiva irradiare calore, ci fosse la salvezza.
Sta di fatto che la febbre iniziò sensibilmente a diminuire ed il piccolo, dopo notti di delirio, s'acquietò finalmente tranquillo.
A capo di un paio di giorni si ristabilì del tutto, mentre la voce di quella guarigione, di quel miracolo dell'amore fraterno, si espanse in tutta la regione.
La casa di Cristobal divenne la meta del pellegrinaggio di coloro che avevano perso la fede nei dottori e nei santi, di coloro che allo stremo, e senza più speranza, si rivolgevano a lui invocando il miracolo con la stessa fervente fede con cui si erano rivolti prima al cerusico e subito dopo a Dio.
I disperati si accampavano nei pressi della modesta abitazione in attesa di entrare nella stanza dove era avvenuto il prodigio, stendersi sullo stesso pagliericcio che aveva ospitato il bambino agonizzante, assoggettarsi al benefico influsso del taumaturgo.
Non tutti guarivano, che i miracoli si sa neppure il buon Dio ne dispensa a iosa e che un margine di fallimento serve comunque ad attestare la veridicità dei successi ottenuti, perché molti risanavano, moltissimi altri testimoniavano un indiscutibile miglioramento, inclusa la grande folla di disgraziati afflitti dai più disparati sconforti esistenziali che pur pazientavano di quelle lunghe, interminabili attese, per giovarsi della soavità persuasiva del tocco quelle mani.

ORIZZONTI
Ed ecco l'imponente porta del convento di clausura si spalanca, come il suggello di una bara, a seppellire, ancora viva, Angelica, seppur lei che non ha mai davvero vissuto s'avvia verso la sua cella monacale con la remissività innocente di un agnello, inconsapevole, con quest'ingresso, di attuare la rinuncia definitiva a quella vita che non ha mai vissuto, a quei sogni che non ha mai sognato, a quei desideri che non ha mai desiderato.
Sbarrata la porta della clausura il sole è già un ricordo lontano.

Mentre Cristobal, preceduto dalla sua leggenda, varca per la prima volta nella sua vita i confini della regione.
E scopre la vastità dell'oceano.

ASCESE
Nel giorno del suo sedicesimo compleanno, la duchessina Angelica de Moura y Melo, varcò, per mai più uscirne, il convento delle clarisse di Nuestra Señora del Consuelo.
L'evento era stato festeggiato il giorno prima, e con grande sfarzo, alla presenza del legato pontificio, il Cardinale vicario Egidio Albornoz, e in rappresentanza dei sovrani, Ferdinando d'Aragona ed Isabella di Castiglia, il potentissimo Giovanni  Maria Gonzalo, principe de Valladolid, la cui presenza stava ad attestare l'apprezzamento concreto delle Maestà Cattoliche e sottintendere l'ascesa del duca, Felipe de Moura y Melo, a più prestigiosi incarichi a corte.
E per Angelica il futuro titolo di badessa.

Troppo timida per partecipare attivamente a quella festa che pur la riguardava, a disagio per quel clamore seppur discreto, vi assisteva relegata in un angolo come una testimone casuale, una estranea, la cui presenza, però, rendeva tutto più reale: gli specchi e gli smalti, i gioielli e le spade, le voci cordiali e tutti quegli occhi che la guardavano senza davvero vederla. Quella festa era per lei ma avrebbe benissimo potuto essere, ugualmente, senza di lei.
Nulla sarebbe mutato.
Se non che quella sua presenza faceva sembrare tutto più vero.
Ma non era stato il senso di estraneità, di esclusione, a renderla inquieta, febbricitante nel pensiero che, seppur la duchessina era avvezza all'isolamento per motivi di salute e per criteri educativi, per la prima volta nella sua giovane vita aveva percepito, sia pur in modo confuso, il vuoto esistenziale.
Neppure questa festa organizzata per lei era davvero sua.
Nulla le apparteneva.
Nemmeno l'abito che la ricopriva.
Quel sontuoso vestito di broccato ed ermellino, col suo lungo strascico da sposa, indossato quell'unica volta, sarebbe stato l'indomani donato alle clarisse, insieme alla sua vergine vita.
Perchè la duchessina Angelica, che mai aveva conosciuto il peccato, si apprestava nella clausura ad espiare tutti quelli del mondo.

OMBRE
Come tutti i poveri, Cristobal odiava la povertà e non gli riusciva di comprendere chi scientemente rinunciava al cibo, al calore di un riparo, alla dolcezza di una donna, sia pure in nome di Dio.
Non capiva gli asceti e quel loro violento bisogno di espiazione che portava a rinnegare, insieme ai peccati, anche i piccoli ed innocenti piaceri, a cui tutti gli uomini, invece, avrebbero diritto, ma piuttosto arrogantemente ascrivendoli al lungo elenco degli spregevoli vizi che conducevano alla perdizione.
Chi era povero conosceva fin troppo bene l'inedia che prostra il corpo e la mente, che rende lo spirito debole e pauroso, facile preda delle angherie e dei soprusi. E delle ombre.
E l'ombra di Dio era, su tutte, quella che incombeva più minacciosa.

Così, Cristobal, risolutamente rifiutava l'aureola di santo, che il potere di quelle sue mani miracolose come tale lo identificava e lo precedeva, attirando sul suo cammino folle sempre più numerose e adoranti.
Perchè la Spagna, scalza ed affamata, appassionatamente s'identificava suo curandero.
  
PREMESSE
 Angelica si spoglia del suo meraviglioso abito e lo depone ai piedi dell'altare de la Virgen del Consuelo, adempiendo alle premesse dell'invisibilità e della rinuncia che il voto dell'espiazione esige.

No siempre me logra.
Non sempre mi riesce.
E' la leale premessa con cui Cristobal ribadisce la differenza tra l'uomo e Dio.

« Mi accingo infatti a mostrarti quale sia quella forma di causa su cui mi sono a fondo impegnato e, perciò, torno su quelle cose di cui molte volte si è parlato, e da esse incomincio, partendo dal postulato che esista un bello in sé e per sé, un buono in sé e per sé, un grande in sé e per sé, e cosi via. »
(Platone - Fedone)

 LA MONJA DE PIEDRA 
 Nelle lunghe e tediose ore di cui l'eternità è composta, Angelica non ritrovava nella sua mente, e nel suo cuore, nessuna memoria che la riportasse al ricordo di un'altra vita, all'immagine di un mondo che  non  fosse circoscritto da pareti di muro o di pietra.
Era come se lei fosse nata dalla pietra e, nella pietra, costretta a consumarsi.
Per mero istinto di preservazione aveva smesso, ormai tempo, di tormentarsi con interrogativi ed ipotesi a cui mai avrebbe potuto dare una risposta.
 Presupposti vaghi, neppure troppo fantasiosi, di quel mondo esterno le cui meraviglie e bizzarrie ed atrocità erano destinate a rimanerle per sempre sconosciute, per volontà umane e divine, e poi definitivamente precluse dal sacro sigillo dei voti.
I lunghi anni della clausura avevano reso Angelica una donna intransigente e solitaria, capace di crudeltà assolute mai davvero, però, scaturite da una esigenza personale o da propositi persecutori, piuttosto dalla cieca applicazione delle leggi.
Di suo non c'era nulla, perché mai aveva penetrato gli abissi dell'odio o la serenità dell'amore, così come mai aveva sperimentato la disperazione della colpa ed il conforto del perdono.
Della lordura del peccato, delle nefandezze di cui era capace di macchiarsi il genere umano, se ne era fatta un' idea teorica attraverso lo studio delle Sacre Scritture, nelle quali ritrovava i moniti di sua madre ed i suoi indirizzamenti esistenziali, la ferocia con cui l'aveva preservata da qualsiasi pensiero impudico, la costanza con cui s'era s'infervorata a censurar termini che pure erano già stati, dagli autori stessi, preventivamente epurati.
Ricordava i libri con le cancellature delle parole peccaminose.
Le cancellature erano nette, fitte ed impenetrabili.
Sua madre depennava i nomi dei peccati per preservare la purezza dei suoi occhi e delle sue labbra, impedendone la lettura e la pronuncia, perchè già nei nomi era contenuta l'essenza stessa del peccato.
Così, Angelica, assolutamente sprovvista di una qualsiasi elementare obiettività personale, dirigeva il suo convento seguendo alla lettera le impostazioni dei Comandamenti e le direttive della Chiesa, applicandole senza mai essere sfiorata dal dubbio.
Questa sua ignoranza, grazie alla quale poteva dispensare senza un sussulto, un tentennamento, punizioni terribili a chi nel suo convento trasgrediva, era paradossalmente valsa a crearle la fama di giudice intransigente ed integerrimo, ammantandola di santità, per cui, sovente, veniva consultata nei casi più controversi dai magistrati togati come da quelli talari ma, soprattutto, era la stessa regina, Isabella di Castiglia, ad avvalersi prevalentemente dei suoi consigli.
Fu lei a suggerire alla sovrana l'adozione dell'instrumentum regni, per consolidare il potere e controllare il popolo.
Angelica, la monja de piedra, come era in segreto dispregiativamente chiamata, badessa del convento di clausura di Nuestra Señora del Consuelo, era diventata una delle donne più potenti di Spagna.



EL CURANDERO
 La Chiesa iniziò a guardare con sospetto quell'uomo che operava miracoli senza mai pronunciare il nome di Dio.
Cristobal aveva continuato a dispensare i suoi prodigi in clandestinità, rifuggendo dal clamore che la sua presenza immancabilmente destava, supportato nei suoi spostamenti da una fittissima rete di adepti, gente anonima, insospettabile, che pur rischiava la propria sorte sfidando gli scellerati tribunali dell'Inquisizione.
La religione era il mantello sotto cui avvenivano le nefandezze più infime, il mascheramento dietro il quale si andavano consumando, in nome di Dio, saccheggi e soprusi, la spogliazione delle ricchezze personali dei conversi, ebrei e mussulmani, un olocausto programmato per estinguere i debiti della monarchia spagnola e rimpinguare le esauste casse della corona.
In questa messinscena all'apparenza punitiva verso l'ortodossia cattolica ma, in realtà, improntata all'esproprio delle ricchezze, ben sarebbe servito all'inquisitore generale, il sanguinario Tomas de Torquemada, l'istituzione di un processo per eresia e magia terapeutica, a legittimare agli occhi della Chiesa di Roma la carneficina in atto, con la morte sul rogo di questo eretico e la sua leggenda.
Un processo spettacolare che avrebbe varcato i confini della Spagna ma che, invece, mai ebbe luogo perchè El Curandero sembrava possedere, tra le tante virtù, anche quella dell'ubiquità, che i familiares prezzolati al servizio dell'inquisizione, sguinzagliati sulle sue tracce, ne rilevavano la presenza in più luoghi e nello stesso tempo.
In realtà, la rete solidale che proteggeva Cristobal, aveva cura di cancellare ogni possibile indizio del suo passaggio arrivando anche ad ammazzare i probabili delatori.
Un piccolo esercito invisibile, schierato dalla parte del bene, se vogliamo dare questa lettura, perchè il concetto di bene è piuttosto opinabile e soggetto ad interpretazione, che non disdegnava di usare, per pervenire allo scopo, le stesse armi del nemico: l'intimidazione e la violenza.
Metodi assolutamente efficaci nella loro immediatezza perchè si giungeva a sentenza saltando l'iter della testimonianza e quello della documentazione.
Resta il fatto che nessuna denuncia venne mai sporta contro Cristobal, che continuò ad esercitare la disciplina della terapia magnetica inconsapevole della scia di sangue che accompagnava i prodigi delle sue guarigioni.

LA DUQUESA
Quando Cristobal giunse al buio capezzale di Angelica, lei languiva già nell'incoscienza dell'agonia irreversibile, conseguenza ultima di una febbre improvvisa, non preannunciata da alcun sintomo, irruenta quanto mortale, per la quale i più insigni dottori, e quello personale della regina, non avevano saputo formulare una diagnosi nè trovare un rimedio.
Impotente anche la Virgen de la Esperanza a cui  inutilmente si era appellata, con preghiere e voti, la duchessa Francisca Adriana.
Nemmeno con la promessa di un retablo, il più bello, il più prezioso che mai avesse adornato un altare, era riuscita ad indurla ad elargire questo miracolo, sicchèé per la prima volta nella sua vita, la fede della duchessa vacillò.
Ma, ad ogni conto, Francisca Adriana non era il tipo di donna che facilmente s'arrende e quel dubbio che aveva scalfito il suo convincimento nelle capacità miracolistiche de La Virgen non intaccò, nemmeno per un momento, la certezza in se stessa e nella sua determinazione.

C'era un uomo, in Spagna, messo al bando dalla chiesa e sul cui capo pendeva un mandato di arresto dalla Santa Inquisizione, un curandero miracoloso, si sarebbe rivolta a lui per strappare sua figlia alla morte.
Movimentò, in virtù della potenza del blasone e del denaro, una sotterranea rete di agganci e contatti molti dei quali, sfacciatamente, affioravano in superficie, coperti però dal silenzio dei funzionari pubblici e da quello dei chierici, che di fatto non era così segreto che la duchessa de Moura y Melo era sulle tracce di Cristobal l'eretico, lo stregone, il cui nome campeggiava in cima alla lista nera di Torquemada.
Impresa impossibile per chiunque altro ma non per la Duquesa, che poteva contare sull'aiuto incondizionato della regina stessa, in ambasce, quanto lei, per la vita di Angelica, la sua consigliera più fidata.
Era stato davvero difficile penetrare le fitte maglie della rete di protezione attraverso cui si muoveva el curandero, ma la duchessa, aiutata dalle arti sottili della persuasione e munita di un salvacondotto che avrebbe permesso a Cristobal, dopo l'avvenuto miracolo, di lasciare la Spagna e sfuggire alla condanna del rogo, imbarcandosi come mozzo su una delle tre caravelle del genovese Cristoforo Colombo che s'accingeva in un viaggio sperimentale, patrocinato dalla stessa regina Isabella, a raggiungere il Catai ed il Cipango.
La Duquesa offriva a Cristobal la salvezza da una condanna certa in cambio del miracolo della vita di sua figlia.
Uno scambio alla pari.

Cristobal - Mi state chiedendo un miracolo, Duchessa.
Duquesa - No, ve ne sto chiedendo due: uno per mia figlia ed uno per voi stesso.

LA COSTRUZIONE DI UN MIRACOLO
Cristobal vegliò Angelica per due settimane, allontanando la morte con l'imposizione delle mani, trattenendo i flussi vitali e ripristinando quegli equilibri transfughi, irretiti da magnetismi esterni e deviati verso l'acquiescenza.
Ordinò due immersioni giornaliere in una vasca di rame, acqua dolce, calda e poi fredda, uno shock termico per sollecitare la circolazione e riattivare il sistema nervoso.
E l'applicazione costante di compresse di miele ed aceto, per stimolare il ritorno alla coscienza o, almeno, per trattenere ciò che ancora ne restava.
La nutrì con pappette ricostituenti di grano greco e lapazio.
Tentò di ricondurla alla vita con la forza persuasiva dell'energia elettromagnetica del contatto delle sue mani.
E la dolcezza della sua voce.
Nelle lunghe ore di veglia, per ingannare il tempo, le raccontò del mondo che aveva attraversato, i viaggi intrapresi che lo avevano introdotto nelle regioni del dolore e della gioia, della bellezza e della malinconia.
Le narrò della vastità dell'oceano, dell'armonia e della brutalità delle onde, storie fantastiche di naufragi e di ritrovamenti, di come la vita e la morte si rincorrono, e di come talvolta rimanga davvero difficile stabilire l'ordine esatto della sequenza.

Ai monologhi di Cristobal si contrapponeva il silenzio di Angelica.
Quel corpo, pallido e fragilissimo, disteso tra i lini, raccontava una penosa storia di prigionia, di solitudine e buio ed astinenza, le necessità dell'espiazione.
Non era in scena la beatitudine della morte ma la disperazione della vita.
L'incarnato cinereo e la bocca esangue, i capelli chiarissimi, radi in tutto quel pallore, raccontavano di una bellezza incompiuta e disprezzata.
Come si può resuscitare chi non è mai stato vivo?

Cristobal allora colmò la minuscola cella di fiori dai colori di giungla e dal profumo aggressivo e, sopra il capezzale, pose una gabbia con una coppia di cinguettanti cardellini, proibì alle monache di recitare il rosario nella stanza della badessa ma lasciò aperta la porta affinchè liberamente potessero entrarvi per farle visita, sebbene nessuna aveva espresso spontaneamente tale desiderio.
Entrava solo qualche novizia attratta dai colori sgargianti dei fiori e dalla baldoria festosa dei cardellini in amore.
In ultimo favorì l'ingresso ad una colomba che, solitaria, soggiornava sui cornicioni del convento e che ora liberamente frullava le sue ali di clandestina sopra la testa di Angelica, perfino incoraggiata a becchettare semi e briciole che lui, con dovizia, spargeva sul guanciale della badessa.

In attesa della resurrezione, Cristobal, aveva trasformato la cella di Angelica in una serra.

IL QUINDICESIMO GIORNO
Fu nel quindicesimo giorno di veglia che si realizzò il miracolo della resurrezione, quando Angelica si ridestò al mondo risalendo in superficie da quegli abissi sotterranei dove la sua anima giaceva, sepolta ancora viva.
Doveva aver rimosso un ben pesante suggello perchè le sue mani erano orribilmente graffiate e c'era  terra sotto le sue unghie.
Ma non aprì gli occhi che, accecati dalla luce seppur flebile come era quella all'interno della cella, a lei doveva parer rabbiosa quanto il buio che l'aveva tumulata.
Riaffiorò alla coscienza con respiri strappati all'anima prima ancora che ai polmoni.
Cristobal si chinò sulla sua bocca, che sapeva di terra e di purgatorio, per infondergli l'alito della vita e preservarla dall'agonia degli impiccati.
Ma le lacrime appartengono inequivocabilmente ai vivi e quelle di Angelica, crude ed amare, realisticamente  lo testimoniavano.
Nel quindicesimo giorno di veglia la morte aveva partorito la sua creatura viva su un letto di fiori, tra il chiasso  orgiastico dei cardellini in amore e le acrobazie di una colomba addomesticata a raccattare briciole sul suo cuscino.

 IL SEDICESIMO GIORNO
Il sedicesimo giorno fu per Angelica, creatura nuova, quello dello stupore.
E delle parole.
E della conoscenza.
Cristobal, con dolcezza, la esortava a nutrirsi di cibo e non solo dei suoi racconti, frammenti dei quali le erano giunti, come sciabordio sommesso di onde, dentro il silenzio opaco dell'incoscienza.
Non ha senso la morte se prima non hai conosciuto la vita, le aveva ripetuto nelle lunghe ore di veglia, irretendola con la narrazione di un mondo inesplorato e caotico, inebriante e controverso, ma palpitante, vivo e stordente, così distante da quell'eremo dove era stata incoronata badessa.
Parlami del mondo e dei tuoi  miracoli, lo implorava Angelica, mai sazia delle sue parole.
Non compio miracoli, le rispondeva ridendo, ma laddove è possibile applico la logica, il buonsenso ed il convincimento. Sono questi i miei prodigi. Eppoi il mondo racconta storie diverse per ognuno di noi, così per alcuni sono un santo, per altri un ciarlatano e per l'inquisizione un pericoloso eretico.
 E per te chi sono?
Le aveva chiesto sfiorandole la bocca con le dita.
INSIDIE.
A sua insaputa, e per tutto il tempo in cui Cristobal vi aveva soggiornato, un esercito invisibile, ma assolutamente motivato, si era disposto a rendere inaccessibile, e all'occorrenza fatale, il sentiero che conduceva al monastero di Nuestra Señora del Consuelo, i cui confini erano stati stabiliti da un rigagnolo di sangue, atto a far desistere chiunque dagli eccessi della curiosità, e i familiares dalle lusinghe della delazione.
Chi s'avvicinava al convento misteriosamente veniva inghiottito dal fitto della boscaglia, cosicché nacquero leggende di demoni ed arcangeli, di santi e di spettri che, nei secoli a venire, una romantica  mistificazione di quel mesto luogo dove vi trovavano solitario asilo gli uccelli pellegrini e programmata sepoltura gli animali più timidi, per cui tutta l'aria circoscritta odorava di putrefazione, anche se l'humus del disfacimento aveva reso oltremodo fertile quel territorio, sgargiante come una zolla amazzonica e lussureggiante come il giardino dell'Eden, ma inavvicinabile per i miasmi pestilenziali che l'avvolgevano in una velenosa cortina.
Ma se la boscaglia perimetrale del convento era destinata a mantenersi impenetrabile così non sarebbe stato nel destino di Angelica, consapevole che un eccesso di verità all'insidiosa domanda di Cristobal, "e per te chi sono?" (la risposta non era contemplata nei libri delle Sacre Scritture né in nessun altro che lei avesse letto, ma infine sovvenne che benissimo poteva celarsi tra i vocaboli peccaminosi che sua madre era avvezza a censurare, perché la parola amore, di certo, rientrava in questa specifica terminologia) sarebbe equivalsa ad un'apostasia.
Gli rispose col silenzio eloquente dei disperati, che Cristobal decifrò come la più appassionata delle ammissioni d'amore.

ANCORA INSIDIE
Duquesa - La vostra opera è compiuta e quindi vi consegno, come promesso, il salvacondotto che vi permetterà di arrivare a Palos de la Frontera dove siete atteso per imbarcarvi sulla Santa Maria, agli ordini del comandante Cristoforo Colombo. Non disdegnate il mio consiglio e lasciate la Spagna finché siete in tempo, Torquemada vi ha già condannato in contumacia e la vostra effige arderà presto sul rogo degli eretici, sulla collina più alta della penisola.
Cristobal - Dovreste pur prendere in considerazione l'ipotesi che io sia immune alle fiamme.
Duquesa -  Non siete un santo. Un santo non avrebbe mai sedotto una monaca. Siete solo un uomo molto abile ed insidioso. Forse perverso. Di sicuro meritate il rogo.
Cristobal - L'amore non è mai perverso, Duquesa, e questo il vostro Dio avrebbe dovuto predicarlo con più convincimento. Non apparteniamo alla stessa dottrina e me ne dolgo per voi.
Duquesa - In tutta la mia vita non ho mai disatteso la parola data. Per ottemperare alla sacralità di un impegno ho sacrificato le mie cose più preziose, perfino gli affetti, non ponetemi, vi prego, nella condizione di venir meno al mio obbligo nei vostri confronti. Per la salute della mia anima non ve lo potrei mai perdonare.
ANGELICA
Per te nacqui
per te ho la vita
per te morirò
e per te muoio
(Gabriel Garcia Marquez - Dell'amore e di altri demoni)

I fiori, smembrati dei petali e mutilati delle foglie, appassivano nell'agonia malinconica del ripudio.
Esiliata la colomba sul cornicione più inaccessibile del convento, seppur la sua ombra sarebbe ancora tornata furtiva a raccattar briciole nella stanza di Angelica.
Sfrattati gli scandalosi cardellini, la cui gabbia vuota penzolava desolata in balia di una metafisica tormenta di piume che mai sarebbe giunta, però, a toccar terra, in quanto nasceva dal nulla e nel nulla si dissolveva.
Così niente sarebbe stato più come prima.
Neppure Angelica, da quando orfana di Cristobal vagava smarrita nelle aride regioni dell'abbandono, incapace di valutare quei sentimenti ermetici, indefiniti e contraddittori, che la dilaniavano e l'attimo dopo la prostravano ed ancora, il successivo, la incollerivano.
Ed ecco che malediva Cristobal ed il suo miracolo fasullo, ma subito dopo pentita ne implorava il ritorno, e nel suo deliquio malinconico raccoglieva i suoi fiori ormai appassiti, deliziandosi del loro profumo putrescente per poi adornarsene la testa spelacchiata.
Aveva preteso, infine, anche la restituzione del meraviglioso abito di broccato ed ermellino della sua ultima festa, nel cui strascico imperiale, nella frenesia della demenza, penosamente inciampava.

Nessun saggio discorso, nessuna lusinga e nessuna minaccia, sortivano l'effetto di riportarla alla ragione, distoglierla dalla sua peccaminosa ossessione e placare nel suo delirio d'apostata i vaneggiamenti e le ingiurie, ma soprattutto gli accessi di collera che, dopo giorni di calma fittizia, esplodevano improvvisi, blasfemi ed accusatori, quantunque confusi e puerili, che la relegavano nello stadio superiore, ed inaccessibile, della follia conclamata.
Le monache, anche quelle che l'avevano odiata ora ne avevano pietà, per quel suo dolore spudorato, immune alla vergogna e al disonore, per quei desideri inconfessabili che senza alcun ritegno andava implorando.
Indifferente agli irretimenti della Duquesa e alle minacciose predizioni del confessore, ad Angelica venne comunque risparmiato l'abominio degli esorcismi che avrebbero coinvolto nello scandalo la stessa sovrana, Isabella di Castiglia, che durante il suo regno, dei discernimenti e dei consigli della badessa ciecamente, e con pubblici riconoscimenti, se ne era avvalsa.
Questa volta la morte, memore dell'imbroglio della resurrezione, entrò nella cella di Angelica senza bussare e senza lasciare indizi della sua presenza, usando però l'accortezza, ad ogni buon conto, di rendersi amabile, portandole in regalo cesti di fiori dai colori di giungla, l'ombra prodigiosa di una colomba e i festosi gorgheggi dei canarini in amore.

 CRISTOBAL
Cristobal non s'era imbarcato su nessuna delle tre caravelle ormeggiate nel porto di Palos de la Frontera  ma, sfidando la sorte, aveva vagato come un ombra del purgatorio tra le nebbie putrescenti della boscaglia, braccato dagli spettri degli assassinati dal suo esercito invisibile, che reclamavano ora da lui la resurrezione, e non gli avrebbero dato perciò tregua, disorientandolo ad arte con miraggi fittizi e confondendolo con il baluginare di vela dei loro cenci puerili, ostacolando le sue esplorazioni alla ricerca di un varco attraverso cui penetrare nel convento per portarsi via Angelica.
Decise che non avrebbe più praticato le sue arti temerarie da stregone ma, piuttosto, avrebbe scritto un trattato dove avrebbe disvelato i segreti della scienza terapeutica applicata alla resurrezione, perchè ancora non sapeva che la morte si era ripresa la sua  rivincita finale usando i suoi stessi inganni, e che Angelica, dal limbo da cui l'aveva resuscitata, era finita direttamente all'inferno, col suo amore peccaminoso, l'inciampo dello strascico nuziale e la corona di fiori appassiti.
Non poteva sapere Cristobal, pellegrino fuori le mura del convento, che Angelica irrimediabilmente corrotta dall'amore, di buon grado e senza opporre alcuna resistenza, s'era lasciata irretire dalle menzogne della nera signora che l'aveva persuasa a seguirla con gli stessi stratagemmi con i quali, lui, l'aveva invece resuscitata.
Non poteva sapere, Cristobal, che la buca di collegamento che pazientemente s'accingeva a scavare nei giorni restanti della sua vita, una volontaria ammenda espiativa, lo avrebbe condotto direttamente al catafalco di marmo dove lo attendeva Angelica, bellissima ed incompiuta, intatta nella sua innocenza distruttiva, che la morte, contravvenendo al destino dell'impermanenza, aveva voluto così preservare per lui, avversario indomito ma leale.



giovedì 16 febbraio 2012

Trilogia dell'amore




PERSONAGGI E INTERPRETI:
Amaranta - la mia alter ego
Cristiano Diogo do Santos - protagonista di un mio racconto ma che spesso rientra in altri
Io - nel ruolo di me stessa

  IL MARTIRE DELL'AMORE
Mari - Non voglio entrare in competizione con te quindi mettiamo subito in chiaro le cose e, visto che sono io quella in carne ed ossa, ti conviene farti da parte senza troppe obiezioni!
Amaranta - E chi lo dice che sei proprio tu quella vera?
Mari - La realtà dello specchio. Tu non hai ombra, non hai contorni, esisti solo nel mio sguardo. Soprattutto nella mia testa
Amaranta - Ti sbagli, lui mi vede eccome. C'è quell'enorme mazzo di rose ad attestarlo!

Nell'antro troneggiano due bouquet  imperiali di rose: rosse per lei, screziate per me, accompagnate da un unico biglietto, a firma di Cristiano Diogo De Santos, martire dell'amore.

E' ciò che reca scritto il biglietto: Cristiano Diogo De Santos, martire dell'amore.
 Nel rigo sottostante c'è il suo invito a cena.

Amaranta -  Di sicuro un uomo non banale
Mari -  Io lo conosco.
Amaranta - Davvero?
Mari - L'ultima volta l'ho visto a Parigi, poi, di lui, ho perso le tracce. Cristiano Diogo De Santos altri non è che il Portoghese. Di sicuro ne avrai sentito parlare.
Amaranta - Ma certo, il matematico ed avventuriero, protagonista di uno scandalo epocale, quando una sua amante, incinta di lui ed infuriata per il suo tradimento, ha tenuto in ostaggio, per una notte intera, gli avventori del bistrot dove erano soliti incontrarsi.

 Stupefacente come Amaranta riesca, col pragmatismo evirante della sintesi, a far sembrare ordinaria quella storia di follia e di perdizione.

Mari - Cristiano è un'anima persa, un irrecuperabile. Un martire dell'amore.
Amaranta - Un uomo da conoscere, allora.
Mari - E' un incantatore che ha subito una malia. Irrimediabilmente perso per il mondo, e per i sentimenti. Un Ulisse che conserva un solo, palpitante ricordo: quello del suo naufragio. Un vero peccato, perchè l'uomo è davvero magnifico.
Amaranta- E' un tuo amico, non possiamo certo rifiutare il suo invito.
Mari - No, non possiamo.

E così, all'ora convenuta, ci poniamo entrambe in attesa di Cristiano.
Amaranta, vestita di lussurioso rosso rinascimentale ( lei potrebbe benissimo, per amore o per odio, tenere in ostaggio non solo un bistrot ma l'intero mondo e senza lo scrupolo del gran casino che scatenerebbe) ed io, nel sempiterno tubino nero, che ha pur visto altri splendori.
Altri inviti a cena.
Altri batticuori.
La donna nera.
La donna rossa.
E, nel destino del Portoghese, ancora una volta, due donne al suo seguito.
M forse, questa provocazione è contemplata nei suoi calcoli, nel mettersi alla prova, per riemergere dal pallore di un  ricordo, ritornare a rivivere ciò che egli un giorno è stato e, forse, potrebbe ancora essere: uno sperimentatore, un pioniere, un erudito della filosofia della matematica e di quella del sesso, prima di essere traslato, dal teoretico limbo del calcolo delle probabilità direttamente allo Stige del martirio.
Un apostolo errante.
Un fuggitivo.
Consapevolmente, Amaranta ed io, sappiamo di prender parte ad un'esperimento, assistenti al processo di trasmutazione della sua anima metallica in anima aurea.
Testimoni della riuscita, o del fallimento, dell'opus alchemicum, di Cristiano Diogo De Santos, conclamato martire dell'amore.

Il Portoghese, questa notte, deve aver cavalcato una stella, o un frammento di meteorite, perchè il cielo di Blogosphere si è magicamente tinto d'indaco, quando è giunto avvolto, come nella seta di una donna gelosa, nelle strette pieghe della tagelmust che gli corona il capo, e gli vela il volto, dove brillano febbrili i suoi occhi di martire.
E nessun altro, stanotte, sulla faccia della terra, è più affascinante di quest'uomo tormentato che erra, affannato, con i suoi stupefacenti peccati, ed i suoi inestricati incubi, nascosti nelle pieghe turchine della sua tagelmust.

LA CASA DELL'AMORE
Cristiano Diogo De Santos, conosciuto alle cronache come il Portoghese, ha portato per la prima volta nell'antro il profumo sublime dell'eros, sconvolgendo la variegata flora e fauna femminile che lo abita, rendendola preda di un peccaminoso deliquio ormonale.
Quando lui vi ha fatto il suo ingresso, l'antro si è colmato di benigni effluvi sessuali, come un' armonia botticelliana, una tenera primavera dei sensi, un fulgore di pelle e di occhi, il prodigio di rinate sensibilità primitive ed animalesche, del tatto, della vista e dell'olfatto.
Il suo odore di maschio ha risvegliato i sensi di tutte le creature femminili, dentro e fuori il perimetro abitativo, trasformando questa buia caverna nella luminosa casa dell'amore.
Così, tremule margherite sono sbocciate premature dalle zolle nevose, freddolose ed impudiche, si sono aperte per fargli dono della loro vergine primizia.
Per lui, una minuscola cinciarella ha sfidato lo spazio aperto per posizionarsi su un ramo strategico, ed il suo canto articolato ha continuato a vibrare, ininterrotto, come un accorato richiamo d'amore mentre, dallo stagno prospiciente, una goffa anatra moretta si esibiva nella commovente metamorfosi di un cigno.
Lizard/Monna Lisa, l'enigmatica lucertolina bionda, è sgusciata dal suo rifugio sotto il focolare per fargli dono del lembo della sua coda. L'estremità recisa ha continuato a contorcersi, ai piedi di Cristiano, come una muta semicroma, sinuosa e palpitante d'amore. Attraverso quella innocente mutilazione, simile allo strappo dell'imene nell'atto dello sverginamento, Lizard gli si offriva rilucendo d'amore come un'odalisca.
Poi, dai murales di Kilroy, sono sbocciate ninfee e fiori di loto, germogliando copiosi nell'umido spazio abitativo di Iggy.
Perfino le travi, dove i Freaks abitualmente dimorano, hanno subito la vigorosa invasione delle bouganville, gravide di fiori e cespi gemellari, una esplosione prenatale di colori e profumi di giardino.
Sopra la culla di BLOG, le api della giostrina hanno iniziato a flirtare con le farfalle del copriletto: c'è da scommetterci che popoleranno il mondo di una nuova specie.

Ma tutto questo amore ha scatenato la virulenta gelosia degli altri maschi dell'antro, che hanno così dichiarato guerra al Portoghese, decretandolo indesiderato ospite.
E' una strana alleanza quella che sta nascendo tra il folle Iggy, l'innocente Kilroy e l'agguerrito, crudele, manipolo dei Freaks.
BLOG, il mio figlio obeso e nichilista, invece, si è  negato a questa bislacca coalizione, ritagliandosi il ruolo neutrale di storico e biografo, osservatore e voce narrante, di questa nuova epopea esistenzialista.

TUTTO QUESTO AMORE
In questa sontuosa notte color indaco, l'antro è solo un punto sfocato, non rilevabile da nessun satellite.
Sconosciuto a tutte le mappe.
Irraggiungibile.
E pervaso dall'amore.

Tutto questo amore, questa energia positiva e sessuale ci penetra, epidermide e cuore, cervello e sensi, con l'improcrastinabile consapevolezza di non mandarne sprecato neppure un atomo
 Questa lussuriosa notte segreta che ci nasconde al mondo ma ci sorprende nudi nelle nostre private solitudini, nelle nostre inconfessate fragilità, nei nostri clandestini bisogni di esuli.
Testimoni di una sopravvivenza.

Tutto questo amore si espande intorno e ci avvolge nel profumo stordente del desiderio, perchè le febbri dell'anima sconvolgono il corpo prima ancora che il cuore.
E' la carne che esige il primo riscatto.
E' lei che detta i ritmi e stabilisce le geometrie.
E' lei che va acquietata, accarezzata, esaltata.
Ed ecco, allora, sei gambe, sei braccia, sei mani, che si cercano e si trovano, sciolgono nodi e ne avviluppano nuovi, nell'urgenza del piacere e nella voglia di saziarlo.
La donna rossa.
La donna nera.
L'uomo indaco.
Finalmente in pace.
Finalmente al sicuro.

Tutto questo amore non ci obbliga a niente altro che ad essere noi stessi.
Se il Paradiso è un luogo fisico, allora è qui, in questa stanza, un punto sfocato nella notte.
Non rilevabile da nessun satellite.
Sconosciuto a tutte le mappe.
Irraggiungibile.

Solo domani, quando l'occhio del satellite, come quello di Dio, riprenderà il suo severo giro d'ispezione per sincerarsi dell'impeccabilità del complesso funzionamento della meccanica celeste, (orbite ellittiche, fuochi di Keplero, moto di rotazione e la sua costante) riemergeremo dalle profondità marine dell'amore e del sesso, affiorando alla superficie, tra fontane d'acqua ed infrangimenti di onde, purificati, e già pronti di nuovo a peccare.

venerdì 10 febbraio 2012

La Roulette Russa


 LA STANZA DEI GIOCHI
Nella  stanza dei giochi avveniva il rito della roulette russa, col Capo che subito dopo consumava il sesso con la sopravvissuta.
Tanti specchi per riflettere lo spettacolo della paura.
Le ragazze non avevano scelta, dovevano sottomettersi al capriccio del proiettile o, altrimenti, non avrebbero avuto nemmeno quella chance.
Entravano nude nella stanza.
Al Capo piaceva vedere le goccioline della paura che inumidivano la riga tra i seni, ed infilare le sue dita tra le cosce della ragazza che si puntava la pistola alla tempia.
Il tocco della sua mano sarebbe stato l'ultimo contatto col mondo prima che la testa esplodesse in un lugubre carnevale di capelli e occhi e denti.
La vincitrice aveva poi l'obbligo di divertire il capo, e doveva farlo con convinzione ed arte, se non voleva tornare subito a sfidare il destino.

L'IMMORTALE
Una giovane slava, dalla faccia  butterata, sempre coperta da una mascherina azzurra, e il corpo perfetto di Venere, era la preferita del Capo.
Era lei che sempre vinceva.
L'Immortale, questo il soprannome che le era stato dato.
Le ragazze, e i gregari, sospettavano che le partite con lei fossero truccate per rendere più spietato il gioco, alimentare una leggenda, acuire la paura delle sfidanti allo scopo di eccitare il Capo.
Quando la giocatrice di turno si trovava davanti la donna con la mascherina azzurra sapeva di non aver scampo, ed era allora che il piccolo fiume della paura iniziava a scorrere, inarrestabile, tra gli argini dei seni, mentre le dita del Capo scavavano, eccitate, nell'alveo asciutto della vagina.
L'ultima umiliazione prima dell'esplosione.

L'ULTIMA VOLTA DI CRISTINE
Quando Cristine vide la donna con la mascherina azzurra fu colta da svenimento.
Subito, l'Italiano, il braccio destro del capo, si adoperò per farla rinvenire.
Le fece inspirare sali aromatici, e la slava fu condotta via.
Quando lei riaprì gli occhi nella stanza c'era solo l'Italiano che le parlava a voce bassa, cantilenante, come si fa con i bambini quando si vuole convincerli a prendere una medicina amara.
Cristine, scossa da brividi, batteva i denti e pronunciava frasi sconnesse mentre, con uno sguardo folle,  frugava la stanza, senza davvero vederla, alla ricerca di una impossibile via di fuga.
L'Italiano le carezzava le mani e i capelli, cercando di tranquillizzarla, di convincerla che non doveva aver paura, che erano loro due soli, che la donna con la mascherina azzurra non c'era, anzi, a dirla tutta, non c'era mai stata, che era stata solo la sua tremenda ansia a palesarla.
E di cosa aveva così paura?
Tutte storie, leggende, quelle che circondavano l'Immortale, lo sapeva ben lui che era preposto a caricare la pistola. Il destino non si cura della nazionalità. Certo, dalla sua, quella donna aveva una fortuna sfacciata che aveva contribuito alla costruzione del suo mito ma, appunto, solo di questo si trattava: fortuna, che prima o poi, anche a lei sarebbe venuta meno. E' quell'unico proiettile che decide la sorte, non la mano che preme il grilletto. E, adesso, Cristine, doveva riscattarsi ai suoi stessi occhi prim'ancora che a quelli del Capo, fare appello al suo orgoglio ed accettare la sfida, proprio con lei, l'Immortale.
Non c'era alternativa possibile.
Meglio una chance che nessuna. Concluse soavemente l'Italiano.

E la porta si aprì ed entrò la donna statuaria che sedette, in silenzio, di fronte a lei.
Cristine, con gli occhi chiusi, ne respirava il profumo esotico, azzurro e velenoso, inebriandosene al punto di soffocare, perdere di nuovo i sensi per acquistare illusori attimi di vita.
Ma nessuna possibilità vera.
Forse l'Italiano aveva ragione.
Forse stavolta la fortuna avrebbe voltato le spalle all'Immortale.
Raccogliendo tutte le sue forze volle sparare lei per prima ed il colpo, fasullo, andò a vuoto.
L'Immortale si puntò la pistola alla tempia, sorridendo, mentre premeva il grilletto.
Lo scatto illusorio non produsse nulla.
Fu allora che Cristine avvertì la paura ruscellarle tra i seni, piccole gocce fredde che s'allungavano sul ventre e le bruciavano la pelle.
E, mentre con gli occhi chiusi, si puntava di nuovo la pistola alla tempia, sentì le dita del Capo farsi strada, strisciando, fra le sue cosce.
Pigiò il grilletto: il tempo di visualizzare il rosso dello scoppio di un palloncino ubriaco.
Poi, entrò nel buio.

MARGARETHA
Tra le nuove reclute, quelle che avrebbero sostituito le cadute sul campo, arrivò  Margaretha, la più bella, la più orgogliosa.
L'inaccessibile.
Il suo corpo nero, perfetto, senza sfumature, come una scultura d'ebano, così attraente che il Capo l'aveva da subito gratificata del suo letto, evitandole il rito crudele della roulette russa e scatenando la rabbia impotente dell'Immortale che, in quella nuova passione, presagiva la sua condanna a morte.
Dall'entrata in scena di Margaretha, la slava, dietro la mascherina azzurra, calcata come un gesso inamovibile sul suo volto deturpato, iniziò a consumare la sua solitaria agonia.
Ma nei confronti di colei che l'aveva spodestata, l'Immortale, provava anche un senso infinito di pena perché  ben sapeva cosa significava essere la favorita del Capo, le umiliazioni che avrebbe subito, la solitudine senza conforto, l'odio delle altre ragazze.
Anche per la nuova eletta, forse,  così come era stato per lei, avrebbero coniato un nomignolo da operetta per costruirci intorno una leggenda di terrore.
Ma di sicuro, il tamburo della S&W dell'Italiano, non avrebbe più girato a vuoto per lei.

Margaretha apparteneva alla stirpe delle indomabili, quelle donne non assoggettabili, altere nei sentimenti e nella cognizione della loro specie: una Regina.
Una Regina nuda, ma pur sempre una Regina che, seppur prigioniera e costretta a spalancare le gambe, non sarebbe mai appartenuta a nessun'altro che a se stessa.
Una donna inviolabile.
Ed era quest'appartenenza indiscutibile che spingeva il Capo a sottrarla al rito della roulette russa:  l'avrebbe forzata a consegnarsi a lui prima ancora che alla paura.

LA REGINA NUDA
Da questa camera nemmeno una Regina può scappare. Qui dentro si respira la paura.
Quella personale e quella di tutte le altre che l'hanno preceduta.
La paura è la più ermetica delle serrature.
Ma una Regina non può arrendersi ad essa e, per quanto il Capo tenti di deturparla con le umiliazioni indicibili degli stupri quotidiani, lei gli oppone una resistenza strenua, consapevole.
Mai disperata.
In virtù di questo, paradossalmente, è la Regina Nuda a condurre il gioco, consapevole che fino a che riuscirà a controllare la sua paura, la belva non sferrerà l'attacco mortale.
Lei è la domatrice e lui la bestia furente, in agguato all'estremo opposto del cerchio di fuoco.

Da quella camera da letto non si scappa.
Dalla paura sì.
Dove la teneva nascosta la pistola se quando è entrata era più nuda di un fiore?
Celata tra i capelli, in quella sua chioma amazzonica, fitta e nera, come una notte d'eclissi totale.
Nera, come la S&W rubata all'Italiano, che tra un pò sparerà il suo unico proiettile e non dovrà fallire, e non fallirà, perché il bersaglio è così vicino e la tempia a portata di mano.
Non ha un vero piano, Margaretha, sa solo che la pistola è invisibile nel rifugio impenetrabile dei suoi capelli e che la donna con la mascherina azzurra, quando gliel'ha porta, forse sorrideva.
Ma non può esserne sicura.
La sola cosa che conta davvero è la S&W che tra un pò, nella stanza della paura, partorirà il suo unico figlio, e produrrà un vagito di morte.
La sola cosa che conta davvero è non fallire il bersaglio.
Attendere paziente che lui s'accanisca alla ricerca di quell'orgasmo che lei, abiurando la paura, gli ha tutte le volte negato ma che oggi, invece, nel giorno del riscatto, è disposta, sia pur nella finzione, a concedergli.
Non deve sbagliare nemmeno una mossa.
La parte più difficile sarà inscenare la paura: le goccioline del terrore ruscellanti dalla riga dei seni.
 Ma è certa che lo stupore, prodotto da quella sua inaspettata resa, sarà sufficiente a darle il tempo di premere il grilletto nel momento preciso in cui un uomo, seppur armato, è assolutamente indifeso.
L'attimo unico che intercorre tra il tempo di vedere e quello di capire.

Come una illusionista, Margaretha ha materializzato dalla foresta inestricabile dei suoi capelli, la pistola, e gliel'ha cacciata in bocca nel momento stesso in cui lui sta emettendo il primo rantolo di piacere.

Succhialo tu, adesso, il mio gingillo.
Game over, bastardo!

Chissà se lui  ha udito, di sicuro ha capito, perché l'attimo prima dello sparo si  è pisciato addosso.
Il copioso ruscellare della paura.