Il magico incantesimo delle parole sulle sue labbra e così anche l'assurdamente fantastico ha sembianza di un corpo e una dimora reale.

La dolcezza ipnotica della sua voce che sa raccontare con le pause e i silenzi, e gestire con maestria l'irruenza carnalissima delle immagini.

Sedurre, raccontando delle tumultuose e mutevoli umane passioni, di quando i desideri hanno seni di donna, occhi di tempesta e mani febbrili.

Stravolgere i teoremi, ingarbugliare le geometrie, contestare l' indubitale in una mirabolante apoteosi narrativa, pronta ad accettare la sfida di riuscire a catturare una stella fiammeggiante contro tutte quelle logiche che la stabiliscono inafferrabile, imprendibile.

Questa è la sua missione.

(L'affabulatrice - Amaranta)

venerdì 2 ottobre 2015

Il primo abbraccio



CAPITOLO 1
La vita non era stata affatto generosa con loro due, e questa era la ragione unica per cui s'erano adeguati l'uno all'altra.
Ma questo non significava che si piacessero.
Il loro stare insieme era più dettato da una necessità di sopravvivenza dove il sentimento non c'entrava affatto, tant'è che in quelle giornate quando non occorreva dover fronteggiare le avversità del mondo, entrambi, pur senza dirselo, andavano valutando l'idea di proseguire separatamente.
Neppure lo stato di continua necessità aveva contribuito a trasformare quel loro fortuito, e strampalato legame, in qualcosa di più solido e cordiale, come un'amicizia.
Camminavano fianco a fianco limitandosi nelle parole, e nei contatti, allo stretto indispensabile.
 La gente si voltava, incuriosita, a guardarli: lei altissima, il mento a punta, sopra al quale si disegnava una bocca pallida, quasi incolore. Per contrasto gli occhi, invece, erano belli, scuri e grandi, occhi gitani, incastonati sotto una fronte bassa, rigidamente incorniciata da un foulard che le nascondeva completamente i capelli.
Lui, invece, era molto più basso, le arrivava a mala pena alla spalla. Il viso, però, era ancora bello, dai tratti regolari, una di quelle fisionomie che reca impresso il fulgore dell'adolescenza anche quando si è in là con gli anni. I capelli, incolti ed unti, conservavano nel grigio invasivo tenui striature di biondo. Gli occhi chiarissimi avevano però perso la loro tonalità turchina declinando in un anonimo grigio.
Camminavano vicini, come d'abitudine, senza mai sfiorarsi, assorti nei propri pensieri, cosicché risultava difficile capire chi dei due fosse a stabilire il percorso.
Ad un più attendo sguardo, però, risultava evidente che lei aveva adeguato il suo passo a quello di lui, molto più breve e cauto.
Era il suo compagno, dunque, a decidere la strada.

"Lei si limita a seguirlo, che un posto vale l'altro, che in tanti anni di strada non ha mai trovato nessun luogo che rechi un conforto, un piccolo agio che induca a rimanere. Un muro di strada che si possa chiamar casa, con una fontanella nei paraggi dove dissetarsi e lavar via la stanchezza. E un bordo di marciapiede fiorito, cangiante durante le stagioni, che possa ricordare il davanzale di una finestra o lo slargo di un balconcino.
Questo il suo sogno segreto: un muro, un ciglio di strada ed una fontanella, circoscritti a lei sola, alle sue minime esigenze. A quel suo desiderio, mai sopito, di una vita stanziale."

Gli sguardi, al loro indirizzo, non erano meno dolorosi delle parole. La forza era nell'ignorarli. Forza acquisita con l'esperienza, che il primo insegnamento della strada consiste nel non accettare provocazioni, e fingere di non avere orecchi per non alimentare la crudeltà di chi non ha cuore. Così era stato per vincere la paura che s'erano ritrovati a camminare insieme, uniti da una comune sventura che non era tramutata, però, in sentimento, perché la loro diversità era evidente non solo agli occhi del mondo, ma ai loro stessi. Non avevano mai provato a raccontarsi le reciproche traversie, e nemmeno avrebbero saputo dire quanti chilometri avevano percorso insieme dal giorno in cui, per scampare ad una banda di balordi, s'erano ritrovati a correre sullo stesso marciapiede, travolti dalla stessa identica paura che li aveva portati a condividere l'anfratto che li aveva messi al sicuro.
Ognuno provvedeva alle proprie necessità senza pesare sull'altro, senza mai chiedere nulla, che il secondo insegnamento della strada è quello di fare affidamento sempre e solo su se stessi. Mai perdere dunque la propria indipendenza anche quando si è in due, che il rischio maggiore è quello di abbassar la guardia e trovarsi d'improvviso nei pasticci.

"Fidarsi, per lui, non è affatto facile. Soprattutto delle donne. E si che nella sua vita ne ha avute, e di molto belle, ed è stata proprio una di loro a portarlo alla distruzione Senza rimpianti, vorrebbe aggiungere, ma non gli riesce, consapevole che sarebbe solo una scontata battuta da film. Di rimpianti ne ha, e molti, ma sarebbe inutile caricarseli sulle spalle come il fardello aggiuntivo di uno zaino troppo pesante e per il quale non ricaverebbe alcun costrutto. Non nella sua attuale vita. Di cosa abbisogna ora non saprebbe dirlo neppure lui, tante sono le cose che gli vengono in mente, e così nella consapevolezza di sogni irrealizzabili, le scarta tutte."

CAPITOLO 2
La terza regola della strada suggerisce di seguire il proprio istinto, che anni di vita all'aperto hanno affinato e reso sensibile all'estremo, come quello dei cani randagi in grado di subodorare il pericolo in agguato nell'apparente stato di quiete.
Anche i due compagni di strada, (che da questo momento in poi saranno John e Mary) avevano col tempo acquisito, e perfezionato ognuno a proprio modo, le tattiche essenziali di sopravvivenza, quali l'invisibilità e il mimetismo.

A dire il vero, a Mary, queste strategie primarie le erano state da subito precluse, che la sua altezza da giraffa la evidenziava tra la folla attirando su di sé tutti gli sguardi, costringendola a spostarsi più cautamente di notte, quando il mondo dorme e le strade sono meno frequentate.
Ma le strade deserte non sono di certo più sicure, e se si sentiva protetta dalla curiosità della folla diurna non poteva altrettanto esserlo da quella notturna, soprattutto nelle notti di luna piena quando anche gli agnelli si trasformano in lupi mannari. Così s'era premunita, come arma di estrema difesa, di una piccola lama, seppur mezza spuntata, che teneva ben nascosta nella profondità di una tasca.
La quarta regola della strada insegna, infatti, ad elargire avaramente la propria fiducia, che sovente accade che lo stesso col quale durante il giorno hai condiviso il cibo, quando poi cala il buio ti derubi dei tuoi miseri averi.

Al contrario di Mary, John, invece, le tattiche del mimetismo e dell'invisibilità le aveva elevate al massimo grado, che avrebbe ben saputo insegnare agli strateghi della guerra il segreto dei gechi e dei camaleonti, o quelli più arcani dell'invisibilità, ad onor del vero, favorito in questo da quella sua fisicità minima e col tempo divenuta anche incolore, che ben s'apprestava all'amalgama col selciato e i muri e le nebbie mattutine. L'arte della mimetizzazione lo aveva salvato in più di una situazione. Per questo preferiva viaggiar solo che non tutti erano, al par di lui, in questo geniali. E in particolare questa sua compagna di strada che svettava su tutti gli altri nella sua inopportuna altezza, costituiva per lui un pericolo serio e costante, Una vera disgrazia nascere così alti, soprattutto per una donna, s'era ritrovato più volte a pensare, finalmente rappacificato con la sua bassa statura, che un qualche centimetro in più in altezza lo avrebbe, in tempi passati, desiderato, anche se questo suo deficit non era mai stato d'ostacolo alla sua carriera di dongiovanni, perché le donne erano ipnotizzate dai suoi occhi turchini e attratte dal suo broncio d'adolescente.


"Fidarsi, per lui, non è affatto facile. Soprattutto delle donne. E si che nella sua vita ne ha avute, e di molto belle, ed è stata proprio una di loro a portarlo alla distruzione Senza rimpianti, vorrebbe aggiungere, ma non gli riesce, consapevole che sarebbe solo una scontata battuta da film. Di rimpianti ne ha, e molti, ma sarebbe inutile caricarseli sulle spalle come il fardello aggiuntivo di uno zaino troppo pesante e per il quale non ricaverebbe alcun costrutto. Non nella sua attuale vita. Di cosa abbisogna ora non saprebbe dirlo neppure lui, tante sono le cose che gli vengono in mente, e così nella consapevolezza di sogni irrealizzabili, le scarta tutte."

In base alla quarta regola della strada, John, che di Mary nulla conosceva (neanche il colore dei capelli, celati dal foulard ), tanto meno era al corrente dell'esistenza di quel suo coltellino. La lama  che in più di un'occasione aveva fatto la differenza, e che lei egregiamente aveva imparato ad usare.
Come la notte in cui un balordo, silenziosamente, era strisciato fin dentro il loro rifugio provvisorio, trovando ghiotta l'occasione di un facile bottino e di un veloce stupro, che la donna, anche se altissima, era pur sempre una femmina assoggettabile, come tutte le altre, dalla forza superiore maschile, e il nanerottolo che le camminava a fianco non costituiva di certo un ostacolo alla sua impresa. Oltretutto i due s'erano allocati negli angoli opposti e divisi da un tramezzo, con l'uomo  che già dormiva della grossa. La donna, invece, era di schiena, rivolta verso il muro, intenta a una qualche sua segreta operazione, al riparo dallo sguardo del suo compagno, semmai si fosse svegliato. Il che, pensò l'intruso, gli rendeva tutto più facile: aggredendola alle spalle l'avrebbe colta di sorpresa togliendole ogni possibilità di reazione, e uno straccio, infilato in bocca, l'avrebbe zittita. Non ci sarebbe stato neppure bisogno di tramortire l'uomo pesantemente addormentato, per non rischiare un  suo risveglio prematuro. Era strisciato alle sue spalle, afferrandola con una mano per la vita e con l'altra cacciandole in bocca un fazzoletto, e contando sulla sorpresa non s'era aspettato alcuna reazione, tanto meno il baluginio di una lama spuntata d'incanto nelle mani della donna nell'attimo stesso in cui s'era alzata in piedi, ergendosi in tutta la sua altezza e disarcionandolo E s'era così ritrovato a terra, con un coltello puntato alla gola. Invertite le parti era lei ora che conduceva il gioco. E il trambusto, in quello spazio minimo, aveva alla fine svegliato John che, ancora incredulo, s'era trovato davanti la fantastica scena di un'amazzone scarmigliata, con la chioma tagliata a metà, che premeva un coltello alla gola di uno sconosciuto.

CAPITOLO 3
- Cosa aspetti, vuoi aiutarmi o resti lì a guardare? -
Così Mary andava incitando l'incredulo John
- Legagli le mani a questo figlio di puttana. Legalo bene, che non si possa facilmente liberare. Usa la tua cinta che del foulard io ho bisogno. Dopo gli togliamo i vestiti. Portiamo via tutto, che i vermi in natura sono nudi. -

John la guardava trasognato, ubbidendo meccanicamente ai suoi ordini, incerto se fosse nel bel mezzo di un sogno o protagonista di un fatto di cronaca.
In quel determinato contesto Mary si muoveva agile, certa del fatto suo.
Ma ciò che più lo aveva colpito era stata la visione di quella sua gran chioma zingaresca, malamente sforbiciata, e del colore vivido del fuoco, che sembrava illuminare la penombra della stanza.
 Mary aveva raccolto gli abiti dell'uomo in un fagotto, muovendosi sicura, senza impaccio apparente.
- Nelle tasche frugheremo poi, con agio, quando saremo lontani da qui -
Così aveva stabilito mentre andava nascondendo, sotto il foulard da hippy, quei suoi capelli di fiamma.

Avevano poi ripreso il cammino, fianco a fianco, nel loro consueto silenzio, alla ricerca di un rifugio dove trascorrere il tempo restante della notte.
Ma ora era lei che tracciava il percorso, con lui che la seguiva adeguando i suoi passi.
Trovarono riparo in quello che doveva essere stato una volta un casolare, scegliendo ognuno il proprio angolo privato dove poter riprendere a sognare i loro miraggi impossibili.
Al centro della stanza, dove Mary lo aveva depositato, troneggiava il fagotto degli abiti dell'uomo.
Una prova di fiducia? Si era ritrovato a domandarsi John.
Quel bottino apparteneva di diritto a Mary poiché era lei ad averlo conquistato, ma lui avrebbe potuto tranquillamente impossessarsene mentre quella dormiva senza contravvenire a nessuna legge del popolo della strada.
La quinta regola, infatti, suggerisce di non separarsi mai dai propri beni, soprattutto di non tenerli troppo in vista per non scatenare eventuali mire di possesso.
Una trappola, il bottino lasciato in bella vista? Andava congetturando, nel suo angolo insonne, John.
Si può fuggire inducendo l'altro alla fuga, motivandolo con argomenti irresistibili.
Un modo sottile per dire: prendi tutto e vattene.

Eppure lui che aveva, in quel periodo di strana convivenza, prospettato tante volte l'abbandono, ora non era più certo di voler proseguire da solo. Cercò d'immaginare se stesso girovagare senza la sua altissima compagna, e vide solo un'ombra confusa, invisibile prima ancora che agli occhi del mondo, ai suoi stessi. In qualche modo la vicinanza di Mary lo rendeva reale: materia, e non ammasso di particelle addensate nello spazio circoscritto del suo polveroso io.
Eppoi c'era stata la rivelazione di quei suoi capelli sfolgoranti come un sole sfarzoso, da sempre celati sotto il fazzoletto che ne occultava lo splendore.
Perché una donna nasconde ciò che, invece, la renderebbe unica?
E la risposta fin troppo facile: per non avere troppa visibilità.
Mary aveva dovuto rinunciare alla vanità femminile di quella sua chioma sontuosa per rendersi il più invisibile possibile, che già in questo la sua altezza non l'aveva favorita, e lo splendore dei suoi  capelli l'avrebbe maggiormente esposta allo sguardo morboso del mondo.
Questo pensava John nel suo angolo insonne, trovando estremamente ingiusto il destino di quei capelli che sarebbero stati il tesoro più prezioso, ostentato da qualsiasi  altra donna, ma non da Mary, nata con una sorte avversa e troppi centimetri d'altezza.
Andava destandosi in lui un irresistibile, sopito, desiderio di bellezza, poter immergere le dita in quella seta rossa e dimenticarsi, per un momento, del grigio del mondo.
Lui che aveva amato il femminino in tutte le sue sfumature si sentì sconsolatamente triste per lei

Anche Mary non riusciva a dormire. La paura era stata tanta, sentiva ancora le mani dell'uomo brancicare su di lei, ed era stato un  miracolo che l'avesse colta nell'atto di tagliarsi i capelli, che il coltellino a portata di mano, non sempre nel momento del bisogno, è così raggiungibile.
Stavolta era stata fortunata, ma la prossima? Avrebbe voluto non pensarci, ma i fotogrammi della lotta, solitaria e silenziosa, che l'aveva vista protagonista, continuavano a materializzarsi nel buio ricchi di particolari come le sequenze di un thriller.
Disgusto, impotenza e solitudine, la pervasero.
Rannicchiata contro la parete finalmente pianse.

Quel singulto sommesso di animale braccato, unica eco nel silenzio desolante della notte, aveva raggiunto John ancora desto nel suo cantuccio, intento ad analizzare quel suo nuovo sentire nei riguardi della sua compagna, D'istinto si alzò per raggiungerla e consolarla ma, dimentico della barriera (o trappola?) del fagotto posto al centro della stanza, vi inciampò, rovinando rumorosamente  a terra.
Con un balzo, Mary, fu sopra di lui, tenendo bene in vista la sua piccola lama.
Ma John fu più desto e gliela fece cadere di mano, eppoi fece qualcosa che lei non si aspettava: la strinse tra le braccia.
Un abbraccio forte, caldo, protettivo.
Un abbraccio silenzioso, che la trovò impreparata, ma che non respinse.

Fu quella una notte di confidenze, d'incontro e non di fuga, dove lei pianse tutte le sue lacrime represse e rise di tutte le cose buffe che lui le andava raccontando per asciugarle il pianto.
Fu quella una notte di rivelazioni in cui lei gli fece il dono della sua bellezza, sciogliendo, solo per lui, i suoi meravigliosi capelli di fiamma.
In quel vivido rosso John immerse gioioso le dita riscoprendo con  stupore in quella loro tana notturna, i colori delle albe e dei tramonti, dei fiori e delle farfalle, della bellezza suprema del mondo che talvolta si è costretti a celare sotto un cencio perché non risplenda troppo a destare inopportuni desideri. E al diavolo tutte le strategie dell'invisibilità, che nella natura dell'uomo è vivere nella luce e non nell'ombra, condannato al destino iniquo di preda o  predatore.
Tutti, infine, hanno diritto al sole, all'aria, alle stagioni, alla bellezza dell'esistenza, e non solo alle sue disperazioni.

- Domani sarà un giorno di sole, te lo prometto. -
Sussurrò John a Mary, stringendola tra le braccia, prima di addormentarsi

sabato 9 maggio 2015

Venere




NASCITA DI VENERE
Era scivolata fuori dalla vagina con la fluidità di un pesce, mentre sua madre, immersa nell'acqua, stava facendo l'ennesimo bagno per combattere il caldo anomalo, in quel di febbraio.
La puerpera dormicchiava nell'acqua, placida come un balenottero, godendosi il beneficio, seppur temporaneo che quel bagno le offriva, che non avvertì la fuoriuscita uterina se non quando toccò con i piedi il corpicino.
La donna, paralizzata dallo stupore, rimase per un qualche tempo ancora immobile poi, riconquistata la lucidità, affannosamente si era data da fare per ripescare dal fondo della vasca il neonato, che sicuramente era morto annegato dal momento che lei non s'era neppura accorta d'averlo partorito.
Con infinita cautela seguì la gomena del cordone ombelicale affinchè la guidasse verso suo figlio, così da poterlo trarre in superficie per farlo respirare.

Quella che trasse dall'acqua era una creatura glabra, dalle trasparenze di medusa e quasi senza peso. Talmente minuta che stava tutta  in una mano.
Al contatto dell'aria emise un vagito disperato e furioso che sua madre chetò soltanto quando, stringendola al seno, scivolò di nuovo nell'acqua, in attesa di un aiuto esterno, che pur bisognava tagliare quel cordone ombelicale e lei non aveva niente con cui reciderlo.
Da li a poco sarebbe rientrato suo marito e così avebbe avuto anche il supporto dell'ostetrica.
A lei rimaneva poco da fare se non controllare il sesso del nascituro e che fosse, almeno fisicamente, ben formato.

Era una bimba, e così a lei s'affacciò l'ipotesi di chiamarla Venere, in virtù di quella sua nascita acquatica che, seppur sprovvista di conchiglia, ricordava quella della dea dell'amore.

Il prete si rifiutò di battezzarla col nome di Venere, trovando immorale porre il nome di una dea pagana ad una bimba cattolica.
Invano sua madre lottò per legittimare la sua scelta, che si trovò di fronte l'opposizione non solo del prete ma anche di tutta la famiglia.
Si optò allora per il doppio nome: Maria, come la nonna materna, e Assunta, come quella paterna.
Un compromesso che non le piacque affatto, a cui però dovette sottostare per amore di pace famigliare e sociale, che suo marito era un architetto molto stimato e la cui clientela, di certo benestante, frequentava regolarmente la messa della domenica, e non sia mai che al prete scappasse una omelia sulla blasfemia di certi nomi.

La piccina sarebbe stata per tutti Maria Assunta e solo per lei Venere.
Questo le fece amare ancora di più quel nome e la bimba che in segreto lo portava.


VITA DI UNA DEA
Erano trascorsi gli anni e la bambina non aveva dismesso il suo pallore di porcellana nè scurito il colore di quei suoi capelli, talmente chiari, da confondersi con l'aria.
La madre la vestiva di bianco e di celeste, o una nota di verde acqua per far risaltare quei suoi occhi ialini, la cui trasparenza rifletteva tutte le sfumature dell'aria e della luce.
Venere era diversa da tutte le sue coetanee, tra le quali spiccava come un raggio abbagliante ed etereo, quasi fosse un miraggio quella creatura fatta di sola luce.
Ma che proprio all'elemento luce, alla sua naturale crudezza. aveva mostrato fin da subito una particolare intolleranza, diventando estremamente nervosa, irascibile perfino, lei di carattere così dolce e accondiscendente.
E questa negatività s'era andata con gli anni consolidando, ma nessun dottore aveva saputo trarne spiegazione dal momento che non c'erano sintomi di alcuna patologia, e la bimba, avviandosi a breve all'adolescenza, cresceva conforme ai criteri stabiliti dalla moderna pediatria.
Questa avversione poteva banalmente imputarsi esclusivamente alla sua carnagione diafana e agli occhi chiarissimi che mal tolleravano un calore troppo intenso, ed una luce troppo vivida.
Per il resto era sana come un pesce.

Sua madre aveva però notato, senza per altro farne mai parola con nessuno, quasi che si trattasse anche questo di un segreto condiviso solo da loro due, che la ragazzina trascorreva lunghe ore distesa nella vasca da bagno, il volto sotto il pelo dell'acqua, e più di una volta l'aveva trovata immobile, come morta, e così lei, spaventata, aveva urlato scuotendola freneticamente, per richiamarla in vita.
Ma ogni volta Venere riapriva gli occhi per fissarla con tono accusatore, come se le grida e lo scuotimento l'avessero trascinata brutalmente via da una sublime visione..
Allora, sentendosi in colpa, seppur non sapeva bene di cosa, la madre se la stringeva al seno vezzeggiandola, chiamandola col nome segreto, mentre tracciava un racconto parallelo tra la nascita marina della dea e quella sua stessa.
 Le narrava di quel febbraio incredibilmente caldo, di lei immersa nella vasca da bagno in stato di torpore e di quando, riacquistando coscienza, si era finalmente accorta della sua silenziosa nascita, e dello spavento inenarrabile provato nel crederla affogata, e della gioia infinita di quel primo vagito una volta che lei l'aveva restituita all'aria e alla luce.

Ho ancora paura quando ricordo quel momento.
Era questo il modo in cui finiva sempre il suo racconto, cercando per lo più una rassicurazione per se stessa, che Venere si limitava a guardarla in silenzio, con quel suo sguardo insondabile che sembrava emergere dal profondo insidioso di un oceano remoto.

LA DEA DEL CIELO. E QUELLA DELL'ACQUA.
Venere era il nome segreto con cui amava chiamarla sua madre, ma per il resto del mondo, quell'adolescente diafana ed introversa, si chiamava Maria Assunta, col nome doppio ereditato dalle nonne.
Lo stesso nome della madre di Dio, la dea cattolica ammantata d'azzurro e circonfusa di luce, che dimora in cielo tra le nuvole e gli angeli, vicinissima al sole.
Forse troppo vicina.
Una immagine insopportabile, che subito la sua pelle s'arrossava, e le labbra e le gote avvampavano in un fuoco immaginario, eppur così doloroso, che solo il contatto con l'acqua riusciva a lenire.

Sana come un pesce, avevano dichiarato i dottori.
Ma che ne sanno i dottori dell'universo dei pesci?

Venere s'era interrogata più volte a tal proposito, risultandole evidenti, e stridenti, le differenze tra il mondo terrestre e quello marino.
Così rumoroso e frastagliato il primo quanto silenzioso e compatto l'altro.
E lei, da sempre, s'era sentita appartenere all'universo buio e liquido dei pesci.
Il perchèé non l'avrebbe mai saputo spiegare: era così e non poteva farci nulla.

Sapeva che il sole mai avrebbe potuto penetrare oltre la superficie del mare, che anche l'onda più pigra l'avrebbe facilmente avuta vinta contro i suoi raggi più puntuti e più ardenti, stemperandoli in mero bagliore.
 Volentieri avrebbe così dimorato nei fondali più profondi per emergere solo al calar del sole ad illuminare la notte con le trasparenze crude della sua liscia pelle di medusa.

UN PAESAGGIO IMMAGINARIO
 Il paesaggio immaginario di Venere, quindi, non combaciava con quello reale di Maria Assunta.
Il rifugio della vasca, la sua culla preferita fin dall'infanzia, s'era nel tempo circoscritto alle pareti di vetro di un acquario, dove lei vi dimorava solitaria, come una dea irraggiungibile.
Ma l'acquario mai sarebbe tramutato in quel fondale marino che lei immaginava tappezzato da sontuosi tappeti di alghe dai colori autunnali, percorso dalle grandi praterie, baluginanti di verde e di marrone, di posidonia e zostera, incessantemente attraversate dalle inquiete colonie nomadi di plancton.
E lei, Venere, finalmente nel suo elemento naturale, avrebbe assunto le sembianze della medusa nutricula, l'unico essere immortale tra le creature del mare, del cielo e della terra.

L'acqua l'avrebbe resa dea, quanto il cielo, invece, l'aveva ridotta schiava.
Quel cielo implacabile che le incombeva addosso con le sue mille lame di luce, condannandola reclusa in una eterna penombra, acquattata sul fondo della vasca, sotto il pelo dell'acqua, come un animale che tenta di sfuggire al predatore, cancellando il proprio odore e le proprio tracce.

  DESTINI
Ma da quel fondale casalingo sua madre sempre l'avrebbe fatta riemergere, così come era stato fin dal suo primo giorno di vita, strappandola alla rassicurante frescura amniotica dell'acqua per restituirla alla luce.
Perché questo era nel destino di sua madre.

Il destino di Venere, invece, sarebbe stato  quello di rivivere in eterno l'attimo della sua nascita.
Lo stesso destino della medusa nutricula.